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lunedì 26 agosto 2019

La deriva protestante e il "noi" scomparso

Così si legge oggi nella prima pagina del sito del Meeting:
"Quello a cui stiamo assistendo nel nostro tempo è qualcosa di nuovo, di inedito: non bastano più le parole abituali per afferrarlo, e le analisi con cui si è cercato per tanto tempo di capire la crisi – o meglio le diverse crisi – del nostro mondo sembrano armi spuntate.
Da un lato una capacità stupefacente di costruire, manipolare e controllare la realtà attraverso un potere tecnologico sempre più diffuso; dall'altro un sempre più profondo smarrimento riguardo al senso per cui ciascuno di noi sta al mondo e alla società che si vuole costruire. E così, paradossalmente, alla potenza della tecnica, che muove ormai l’economia e la politica globali, si accompagna l’impotenza endemica della povertà – povertà di beni e soprattutto di significato – che dilaga nel mondo.
Ma qual è la novità che urge? Essa sta nella realtà più nascosta e apparentemente più scontata, ma al tempo stesso più essenziale e decisiva di tutto il resto: l’io di ciascuno di noi.
È in questa realtà del soggetto umano il punto infuocato del mondo intero, quello da cui dipendono ultimamente tutti i macrofenomeni della storia. Ma la grandezza e l’inquietudine dell’io, in ciascuno di noi, sta nella sua autocoscienza, nella possibilità – sempre aperta – di cercare e di scoprire ciò per cui vale la pena vivere e costruire. Qui sta il punto d’appoggio per vivere tutto..."

Rimane difficile per tutti ammettere di aver sbagliato, di non aver capito. Però se quando si cerca di ammetterlo si usano frasi a dir poco "fumose" si rischia di far più danno di prima. Inoltre se si afferma che "le analisi... sembrano armi spuntate" si da la sensazione di incertezza, di aver capito che le analisi sono sbagliate ma ancora non si è capito perché: in fin dei conti si da l'impressione di proporre l'ennesima analisi sbagliata.

Poi si propone il solito schemino della potenza tecnica e tecnologica e della corrispondente debolezza spirituale, uno schemino interpretativo valido per almeno gli ultimi 100 anni.

Infine la frase fatidica.
Ma qual'è la novità che urge? ... l'io di ciascuno di noi.
Intanto è facile notare che il "noi" non è un termine sconosciuto. Potevano scrivere "l'io" e il senso della frase non sarebbe cambiato. In fondo qui il "noi" è del tutto accessorio, una circostanza quasi casuale. Infatti nello sviluppo della riflessione successiva questo prende in considerazione solo l'io, mentre il noi non c'è più, non è da considerare, tutto è catalizzato e preso e compreso nell'io: Qui sta il punto d'appoggio per vivere tutto.

Quando ho iniziato da giovane a leggere la Bibbia da solo, la cosa che più mi ha colpito è che Dio non si occupa di salvare l'uomo, il singolo uomo, ma il popolo, il suo popolo. Di fronte a Dio c'è il suo popolo. La fede è la fede del popolo. Solo all'interno del popolo il singolo assume un valore e il suo valore è sempre in funzione del popolo. Tanto è vero che pure i Comandamenti, a parte i primi tre che riguardano direttamente la relazione con Dio, tutti gli altri pongono dei limiti alle relazioni tra gli uomini e sono stati la sorgente, nel popolo di Israele, di tutto il diritto.
Lo diciamo pure noi durante la Santa messa: "Questa è la nostra fede, questa è la fede della Chiesa...". La nostra fede, non la mia fede.

Se si oblitera il "noi" come soggetto di esperienza della fede, le conseguenze sono gravissime e la prima a rimetterci è la Chiesa in quanto "noi" credenti. Proprio a partire da queste considerazioni è nata l'eresia protestante, che ha ridotto il rapporto uomo-Dio ad un rapporto solo personale, con l'esclusione di qualsiasi mediazione.

Per concludere, la frase andrebbe capovolta: Ma qual'è la novità che urge? Il noi di ciascun io.
Il noi, cioè la coscienza che siamo perché apparteniamo, siamo collocati in un ambiente umano, in una famiglia, in una comunità. La cosa che più urge oggi è la coscienza che l'uomo non è solo, l'uomo per sua natura è un essere relazionale che si sviluppa e matura nella relazione. L'uomo non in relazione è per definizione un alienato, un estraneo a se stesso. L'attacco alla famiglia come istituzione naturale è precisamente l'attacco all'uomo nella sua radice, nella sua natura di essere relazionale.
Paradossalmente, con una affermazione del genere, che pone in risalto il noi prima dell'io e quindi la necessità di considerare il prossimo come parte di me, si potrebbe rafforzare decisamente la narrativa dell'accoglienza che oggi sembra tanto appassionare tanta parte della Chiesa.
Invece al contrario, nella definizione proposta dal Meeting e oggi tanto in voga in CL, l'io è al centro di tutto, è il "punto d'appoggio per vivere tutto" e l'altro, il prossimo, rimane un estraneo.

Ma su questa strada, anche l'io rimane un estraneo. Infatti anche Gesù, l'unico capace di dare senso alla mia vita, è radicalmente altro da me. E questa centralità  dell'io può farmi conoscere Gesù solo nelle limitate interazioni del mio io.
Qui le strade possono essere due. O Cristo rimane in fondo un grande ignoto. Oppure viene definito per quello che io capisco, cioè in modo molto molto limitato, a mia immagine o immaginazione, secondo il mio comodo.
In fondo, il "Gesù comodo", il "Gesù buono" che evita ogni divisione e ogni contrasto, che sottace la Verità per non creare contrasti, è il grande dittatore dei nostri tempi. Non un dittatore visibile, ma il dittatore delle nostre coscienze intorpidite, tanto intorpidite da non accorgersi di questa dittatura.

Però una differenza visibile e misurabile c'è. I cristiani che non sono intorpiditi sono anche inquieti, sono polemici, sono oppositivi, sono divisivi.
E, soprattutto, si riconoscono dai frutti.


sabato 27 luglio 2019

CL preferisce salvare gli assassini

"Il gruppo di CL cui appartenevano sia la vittima sia l'imputato ha preferito salvare un barbaro assassino che una vergine accoltellata".
Queste, secondo un articolo del Giornale, le parole precise di un magistrato, pronunciate in un'aula di giustizia.

Le parole sono state pronunciate nell'aula della Corte d'assise d'appello nel processo relativo all'omicidio di Lidia Macchi, diciottenne seguace del movimento di Comunione e Liberazione, avvenuto nella notte tra il 5 e il 6 gennaio 1987. Un omicidio efferato, ben ventotto coltellate.

Le parole sono state pronunciate dal sostituto pg Gemma Gualdi, la quale aveva ha sostenuto l’accusa in primo e secondo grado.

C'è molto da dire su questa vicenda, ma è già stato detto tantissimo e pure piuttosto bene, per esempio in questo ottimo pezzo su Tempi. Per riassumere in poche parole: un caso giudiziario diventato un esercizio di persecuzione e di pregiudizio nei confronti di una realtà, quella di Comunione e Liberazione, che allora dava fastidio ai poteri costituiti. Una persecuzione che dopo oltre trent'anni non è finita, perché la sola nostra esistenza è motivo sufficiente di persecuzione.

Una persecuzione che ha avuto dei momenti di parossismo, per esempio quando l'accusa accusò di falsa testimonianza un testimone, che scagionava l'innocente Stefano Binda perché con lui in vacanza la notte dell'omicidio. O per esempio quando i magistrati che verranno in seguito severamente biasimati e pesantemente condannati dal Csm per aver indagato non rispettando la legge, male e in un’unica direzione (preti e amici di Cl della vittima), per cui, come atto preliminare, in sede di avocazione dell’inchiesta, nel 2013, la Procura generale di Milano dovrà compiere l’atto ufficiale di aprire formalmente l’inchiesta a carico del sacerdote e, contestualmente, chiuderla immediatamente per mancanza di prove.

Devo dire che non mi aspetto, dopo questa dichiarazione di un magistrato, alcuna dichiarazione da parte di CL. La CL di oggi preferisce non esporsi pubblicamente, preferisce non essere visibile, preferisce non esprimere giudizi. Mi aspettavo invece una qualche reazione di qualche altro soggetto isolato. Una reazione che c'è stata, ma dal tono completamente sbagliato.

Dispiace perché tante volte ho apprezzato gli scritti di Luigi Amicone e gli interventi puntuali della rivista Tempi. Ma stavolta non ci siamo proprio. Mi pare che l'articolo in questione abbia proprio mancato il bersaglio.

Intanto partiamo dal punto focale, imprescindibile per l'ottica cristiana. Lidia Macchi oggi è viva e, a Dio piacendo, gode di beatitudine infinita nel Regno dei Cieli. CL preferirebbe salvare un barbaro assassino? Si, certo. Proprio come insegna da sempre la Chiesa e proprio come ha insegnato Gesù stesso, per esempio con la parabola del pastore che cerca la pecorella smarrita e poi della donna che cerca la moneta smarrita.

Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano: «Costui riceve i peccatori e mangia con loro». Allora egli disse loro questa parabola: «Chi di voi se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va dietro a quella perduta, finché non la ritrova? Ritrovatala, se la mette in spalla tutto contento, va a casa, chiama gli amici e i vicini dicendo: Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora che era perduta. Così, vi dico, ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione.
O quale donna, se ha dieci dramme e ne perde una, non accende la lucerna e spazza la casa e cerca attentamente finché non la ritrova? E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, dicendo: Rallegratevi con me, perché ho ritrovato la dramma che avevo perduta. Così, vi dico, c'è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte».
(Lc 15, 1-10)
Ancora oggi, dopo duemila anni, lo scandalo della ricerca e del recupero della feccia dell'umanità è insopportabile per l'ideologia modernista oggi dominante. Una ideologia così pervasiva e martellante che anche chi ha fede rischia ogni momento di assorbirla e di usarla come misura di giudizio.




martedì 31 luglio 2018

Il miracolo più grande: l'unità

Carissimo Massimiliano (mi permetto di darti del tu, anche se non ci conosciamo),
il tuo intervento di due giorni fa merita una considerazione ed un approfondimento maggiore di quello che può permettere una risposta su Facebook. E merita una risposta perché arriva ad un punto nevralgico della questione: come perseguire e ottenere (o riottenere) quella unità che ha permesso la realizzazione di meravigliosi eventi come quelli del Family Day?
Mi permetto di dire che a me pare evidente, così come mi è parso evidente l'origine dei problemi di questi ultimi due anni. Ovviamente non sono più intelligente degli altri ad aver visto questo difetto di origine: come al solito siamo tutti bravissimi a vedere la pagliuzza negli occhi degli altri e non il trave nel nostro occhio.

Il "difetto originario" è stato quello di considerare gli eventi del Family Day come un fatto normale, come il risveglio di un popolo finora addormentato o incapace di uscire dal guscio, magari con l'occasione giusta e per le motivazioni giuste (i valori non negoziabili!), invece che un eccezionale MIRACOLO!

Travolti dall'entusiasmo di quanto era accaduto (addirittura due eventi eccezionali nel giro di sei mesi, con una partecipazione crescente!) tutti si sono illusi che il miracolo dell'unità fosse un dato ormai assodato, scontato, ripetibile a piacimento senza particolari difficoltà.
Tutti si sono dimenticati che l'unità è un miracolo di Dio così grande che persino Gesù prega il Padre affinché quelli che crederanno in lui "siano uno" (Gv, cap. 17). E l'invito all'unità percorre tutti gli scritti cristiani ("non c'è più giudeo o greco, schiavo o libero, uomo o donna...") perché la condizione normale del cristiano è la divisione. Dal tempo dei discepoli, che si dicevano "io sono di Paolo" o "io sono di Pietro", la storia cristiana è tutta attraversata da divisioni a volte laceranti.

Ma come nasce la divisione? E come si realizza "facilmente" il miracolo dell'unità? Basta guardare in faccia ai fatti, agli episodi, del nostro tempo e pure del tempo di Gesù. Quando il popolo ha fame e Gesù lo sfama con la moltiplicazione dei pani e dei pesci, non c'è alcuna divisione, non c'è alcuna organizzazione e tutto si svolge nella più semplice armonia. Quando c'è la fame, la miseria, la sofferenza allora siamo tutti uniti "facilmente" dalla stessa condizione umana ed esistenziale.

La divisione nasce quando l'uomo viene impegnato nel giudizio. Fin dal tempo di Gesù, quando annunciava la necessità di mangiare la sua carne e bere il suo sangue per avere la vita. Quelli intelligenti se ne vanno: e quelli che rimangono non sono più intelligenti, semplicemente sono quelli che ammettono la loro ignoranza. Ma Gesù disprezza e vuol perdere i più intelligenti? Gesù ama e predilige solo i fanatici e gli stolti? Assolutamente no, ovviamente no. Gesù stesso provoca il giudizio umano, ma invita chiaramente a non fermarsi ad esso, invita a mantenere il giudizio ma a non farsi bloccare da questo. Soprattutto il giudizio differente non può e non deve impedire l'unità.

La politica è divisiva? No, la vita è divisiva e l'esempio più clamoroso sono proprio i cristiani (cattolici, ortodossi e protestanti). Tutta la storia del cristianesimo è attraversata da queste divisioni. Persino quando c'era la Democrazia Cristiana, i cattolici erano radicalmente divisi nelle sue correnti. Il vano tentativo di evitare le divisioni impedendo dall'alto la formazione delle correnti (ogni riferimento a Forza Italia è puramente voluto) serve solo a mascherare e nascondere la realtà delle inevitabili divisioni e finisce per provocare le più traumatiche scissioni o "tradimenti" (vedi Bossi, Fini, Alfano...) o abbandoni dei più intelligenti e capaci nel loro compito (Tremonti e altri). Le più recenti vicende sono solo un dettaglio di questa lunga storia.

Su questo tema il giudizio di don Giussani è drammatico e illuminante allo stesso tempo:
"Ma l’unità deve essere fatta sulle esigenze, sulle domande che le esprimono, o piuttosto sulle risposte che a queste domande si riconoscono? L’unità può essere fatta sulle esigenze? No, e questo è il punto esatto in cui il potere gioca tutto. L’unità, infatti, può essere costruita solo sulle risposte che si riconoscono.
Pensiamo al Pascoli, la bella poesia I due fanciulli, oppure a Il focolare: l’unità è fondata sul bisogno comune, sullo smarrimento comune, ma ciò non può impedire che molti si stacchino dagli altri e vadano via bestemmiando i compagni. Una unità fondata sulle esigenze, sulle domande, e non sulle risposte conosciute non è un’unità che unisca.
Peggio, una unità fondata, dunque ricercata, sulle incertezze e sulle indigenze, sulla necessità di far fronte a un potere avverso, di superare certe circostanze, una unità fondata sul riconoscimento di limiti che bisogna oltrepassare: ecco, il potere si costruisce a questo punto."
Questo precisamente è il nostro "peccato d'origine", il peccato del Family Day: un richiamo forte contro il comune nemico, la teoria gender. Una volta c'era il pericolo del comunismo, per cui il popolo cristiano si è ritrovato facilmente unito per combattere contro il nemico comune: prima nella Democrazia Cristiana e poi in Forza Italia.
Quando poi si è vinto il nemico e si tratta di agire per il bene, cioè di giudicare e di prendere iniziative concrete, allora rispuntano fuori tutte le divisioni.
Quante volte, per chi ha seguito per anni don Giussani, si è sentito dire che l'unità è impossibile persino tra l'uomo e la donna? Perché l'unità è un MIRACOLO, un grandissimo miracolo.

E allora che fare? Tu dici:
"E allora che fare? Intanto chiediamo che i nostri leader carismatici tornino a sedersi intorno ad un tavolo e magari stilino una "carta dei valori" più inclusiva possibile in cui riconoscersi tutti o quasi e da lì verificare le varie attitudini: politiche, sociali e culturali."
Carissimo Massimiliano, questo è proprio quello che non bisogna fare. Non solo per il rischio concretissimo di passare da una bellissima idea ad una ideologia (buonissima per l'oggi ma dopodomani già stretta). Ma soprattutto perché la nostra "carta dei valori" l'abbiamo già ed è Gesù in persona, anzi la Persona di Gesù. Per tutto il resto, il criterio perenne del cristianesimo è la libertà. E su questo passaggio una parola chiarificatrice l'ho trovata dall'inarrivabile don Giussani:
"Idealmente noi dobbiamo tendere all’unità anche in politica, perché i cristiani debbono tendere all’unità in tutto, dato che sono un corpo solo. Perciò è un dolore non trovarsi dello stesso parere, non un diritto conclamato sconsideratamente. È dolorosa, anche se tante volte inevitabile, la diversità, e bisogna essere tutti tesi a scoprire il perché il fratello la pensa diversamente e comunicargli nel modo migliore i motivi della propria convinzione, nella ricerca dell’unità....
È tanto semplice: Cristo con il battesimo ti assume, così che siamo membra gli uni degli altri. È una cosa dell’altro mondo, ma questa è l’unità cristiana. Se tutti siamo una cosa sola non possiamo non cercare di esprimerci concordemente. E perciò ci raduniamo in azione unitaria. Se uno non se la sente o non ci fossero le condizioni, è un dolore non poterlo fare, non un diritto da sbandierare!"
(da Tempi.it)
L'unità tanto agognata è letteralmente ad un passo da noi! Tutti noi oggi siamo già uniti dal dolore della mancanza di unità e proprio questo dolore può essere la prima fonte della ritrovata unità.

L'unica cosa che occorre è il riconoscimento di questo reciproco dolore e la tensione amorosa (per amore di Cristo) a trovare tutte le occasioni di questa unità, che oggi nel dolore mostra la sua radice più profonda; più profonda di qualsiasi diversità di giudizio si possa avere nella contingenza delle situazioni.

La statura dell'uomo è l'uomo capace di abbracciare la croce, capace di abbracciare il dolore, perché tra tutte le esigenze umane (giustizia, verità, amore, libertà, ecc.) l'esigenza del dolore è la più misconosciuta ma la più necessaria, perché indispensabile a tutte le altre. L'esigenza del dolore è (al contrario del masochismo e del sadismo) l'esigenza per l'uomo di superare se stesso per amore. Perché ogni uomo impara ad amare ciò che fa e se uno continua a peccare, alla fine amerà peccare e sarà disperato perché il peccato distrugge le altre esigenze (giustizia, verità, ecc.). Se invece imparerà dal dolore, allora amerà il dolore proprio perché vedrà crescere e svilupparsi le esigenze di giustizia, verità, libertà.

Gesù non è venuto al mondo per salvare se stesso; non è venuto al mondo per salvare quelli che lo amano. Gesù è venuto al mondo per salvare il mondo!
La salvezza viene dalla fede. La nostra unità è necessaria "perché il mondo creda che tu mi hai mandato" (Gv 17, 23). Quindi la nostra unità ha un valore eminentemente missionario. Mi pare una considerazione sufficiente a superare qualsiasi diverso giudizio di tipo politico od operativo!

L'incontro da te auspicato si può fare, ma io toglierei le sedie e pure il tavolo. Basterà che ognuno comunichi agli altri quali sono i suoi piani per il futuro prossimo e poi ciascuno verificherà se e in che modo potrà aiutare qualcun altro. Questo è lavorare tentativamente e concretamente per l'unità. Tutto qui.

Dal primo Family Day (2015) io lavoro solo per questo obiettivo. Non è un modo di dire, perché questo blog è nato proprio quel giorno, il 20 giugno, appena tornato a casa da quella splendida giornata. Il nome deriva dalla coscienza di una guerra in atto contro noi cristiani e dalla consapevolezza della mancanza di una guida, di un capo. Tanti buoni volontari, alcuni magari molto dotati, non fanno un capo. E se qualcuno può essere messo a capo, perché magari temporaneamente serve un capo, coscienti della sua fragilità dev'essere un capo che duri molto poco e poi venga sostituito da un altro. Un po' come per gli ordini religiosi. Perché l'unico Capo che conta è Gesù. noi possiamo al massimo collezionare figuracce e considerarci servi inutili. Così ci aiuteremo veramente.

sabato 3 marzo 2018

La grande menzogna del "voto utile"

Nel dibattito tra i cattolici sui social media, uno dei temi più dibattuti e che ha acceso gli animi è quello del "voto utile".
In particolare tale argomento è utilizzato contro quelli che hanno proposto il voto al partito Popolo della Famiglia.
Siccome tale formazione è una novità oggettiva nel panorama politico italiano, valeva la pena che qualche autorità ecclesiale o qualche movimento spendesse una parola di considerazione su questa formazione e sui dibattiti che ne sono nati.
Ma viviamo in tempi di grande confusione e quindi non bisogna meravigliarsi se questo non è avvenuto. E direi: puntualmente non è avvenuto, perché ormai la Chiesa puntualmente non interviene più sul dibattito politico nelle grandi occasioni per dire qualcosa di incisivo, per comunicare la novità che normalmente viene dalla comunicazione della Verità. E nessuna comunicazione è venuta anche dal movimento che più di altri, nel passato, si è sempre distinto per comunicazioni pungenti e stimolanti in occasione degli appuntamenti elettorali: il movimento di Comunione e Liberazione.

L'unica comunicazione del Movimento è stata la pubblicazione del discorso del Santo Padre a Cesena. Un pezzo di quel discorso. Uno dei brani più insignificanti che potevano essere ripresi, con contenuti assolutamente ovvi e banali.
La riprova è che di quel testo potrebbe essere cambiato tranquillamente la data, mettendoci "Elezioni 2019" o 2020, o 2013, senza modificare nulla di quel discorso. Insomma un brano che non dice nulla di specifico, nulla di notevole rispetto alla realtà odierna.
Nulla di veramente significativo.

Ma questo è il destino inevitabile di chi smette di fare esperienza, di chi smette di implicarsi con la realtà. Senza esperienza, senza una implicazione diretta e personale con la realtà, ogni giudizio è di fatto impossibile. Anzi, per la precisione non è impossibile, perché è impossibile per l'uomo non giudicare; quello che invece è impossibile è che il giudizio diventi pregiudizio, cioè nella sua analisi sia determinato prevalentemente da una ideologia, qualsiasi sia l'ideologia.

E anche chi non ha idee pur avendo la responsabilità di avere delle idee e di doverle comunicare, in fondo fa prevalere una ideologia: quella di non avere guai o di averne meno possibile, quindi di non esporsi in nessun modo, quindi di esprimersi per concetti assolutamente vaghi e con quasi nessuna attinenza al momento presente. Ma per questa strada i concetti vaghi non entrano nella realtà, la Verità non si fa carne, e la comunicazione della Verità diventa una menzogna.

Questi sono in fondo i concetti espressi anche da Gigi De Palo in un post di due anni fa:
"Sono arrivato all'amara conclusione che Paolo VI, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco hanno detto una piccola bugia: la politica non è la più alta forma della carità.
È così nonostante ce la raccontiamo citando qua e là quella frase.
Ci piace ricordacelo, ma nella vita reale non ne siamo per niente convinti e, forse non ne erano convinti nemmeno loro quando lo dicevano.
Se così fosse non ci faremmo tante fisime mentali e, nelle parrocchie, formeremmo i giovani all'impegno in politica, non importa poi in quale schieramento sceglieranno di far parte, intanto saranno formati…
Altrimenti nei seminari si insegnerebbe ai futuri sacerdoti anche la Dottrina Sociale della Chiesa, mentre questo non avviene…"
Sono infatti almeno trent'anni che la Chiesa, continuando a predicare il dovere dei laici a impegnarsi in politica, si è totalmente disimpegnata dalla politica. In altre parole, sono ALMENO trent'anni che la Chiesa invita i laici a impegnarsi in politica e poi li abbandona. Ma nessun laico può desiderare questo, nessun laico credente può desiderare di essere abbandonato dalla propria Casa: per questo i laici che amano davvero la Chiesa poi aborriscono la politica.

Ma una conseguenza diretta, già qui sopra descritta, della mancanza di impegno e quindi di esperienza, è l'impossibilità di un giudizio che non sia determinato da una ideologia e quindi non diventi pregiudizio.
La questione del "voto utile" è un esempio clamoroso e straziante di quanto oggi l'ideologia moderna abbia devastato la capacità di giudizio dell'uomo comune, del cristiano comune.

Infatti il criterio per cui si vota, per cui si va a votare è quello della Verità, non quello della utilità.
Con il voto di queste elezioni politiche, ogni cittadino e cristiano credente di fatto deve tentare di rispondere a queste domande:
- è vero che la famiglia è sotto attacco?
- è vero che occorre cancellare la legge Cirinnà?
- è vero che c'è in corso una gravissima crisi demografica e che questa è la prima emergenza e occorre fare di tutto per favorire le famiglie che fanno figli, in particolare le famiglie numerose?
- è vero che è male ripristinare le "case chiuse"?
- è vero che per uscire dalla crisi economica occorre ripristinare una moneta nazionale'
- è vero (o falso) che... (ecc...)

La categoria da utilizzare è quella della verità, non quella dell'utilità.
La categoria dell'utilità può e dev'essere utilizzata per la gestione del potere, per la conservazione dello status quo. La categoria dell'utilità ha come criterio quello della convenienza. E da questo consegue che se, in una determinata occasione, verità e convenienza sono in conflitto, se prevale il criterio della convenienza allora si usa la categoria dell'utilità come motivazione adeguata di quella scelta.

Duemila anni fa c'è stato il più famoso processo della storia dell'umanità. Ma quel processo non è stato deciso semplicemente da un giudice o da una giuria. Quel processo è stato determinato da una votazione del popolo, suscitata dalla domanda di Pilato: "Chi volete che vi rilasci? Barabba o Gesù detto il Cristo?" (Mt, 27,17).
Questo è il caso più clamoroso di "voto utile". Infatti il sommo sacerdote Caifa si era già espresso in tal senso: "Voi non capite nulla e non considerate come sia meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera" (Gv 11, 49-50). E proprio in forza di questa considerazione i poteri dell'epoca si erano mossi: "Ma i sommi sacerdoti e gli anziani persuasero la folla a richiedere Barabba e a far morire Gesù." (Mt 27,20).
Di tutto questo Pilato era ben cosciente: "Sapeva bene infatti che glielo avevano consegnato per invidia." (Mt 27,18). In altre parole, sapeva bene che stavano per condannare un innocente e che le accuse non avevano prove. Lui stesso non le aveva trovate.
E alla fine, nel dialogo con Gesù, emerge il cuore della questione. Gesù ripete che è venuto per rendere testimonianza alla verità e Pilato replica facendo prevalere il dubbio, che porta alla fine a far prevalere il criterio della conservazione dello status quo: "Che cos'è la verità?" (Gv 18, 38).
E quindi ovviamente se ne lava le mani: "Pilato, visto che non otteneva nulla, anzi che il tumulto cresceva sempre più, presa dell'acqua, si lavò le mani davanti alla folla: «Non sono responsabile, disse, di questo sangue; vedetevela voi!»" (Mt 27,24).

Dopo duemila anni, la questione esistenziale della testimonianza della verità si ripropone in tutta la sua drammaticità.

Questo è il minimo che avrebbe dovuto dire chiunque ha a cuore il fatto cristiano.



martedì 16 gennaio 2018

Una Presenza sempre più evidente


Il dato è chiaro. Non c'è Gesù, non c'è alcuna adorazione, ci sono solo volti smarriti e una luce artificiale.
Nella "scuola di comunità" (le virgolette sono d'obbligo, visto che per tanti è solo una trasmissione via satellite e non una partecipazione personale ad un incontro, dove poter interloquire...) del 20 dicembre 2017, il cui testo è pubblicato sul sito di CL, il tema del volantone di Natale è ripreso nell'ultimo intervento.
L'intervenuto ha manifestato il suo "malessere" perché di fronte al volantone
"...ho sentito anche miei amici riprendere questa obiezione quasi in modo incattivito, dicendo:«In effetti, è il Volantone di Natale e non c’è Gesù»".
Come al solito, anche in un mondo di sonnambuli non tutti dormono: è come se avessero degli incubi.
E poi ha proseguito dicendo:
"Durante un dialogo su questo tema, sono sobbalzato sulla sedia e ho detto: «Ma come non c’è Gesù?! Ragazzi, guardatelo! Se in quel Volantone non c’è Gesù, Gesù non c’è neanche nella tua famiglia, nel tuo lavoro, nel tuo gruppo di Fraternità, non c’è neanche qui stasera tra di noi. Se in quel Volantone non c’è Gesù, Gesù non c’è da nessuna parte!».
Qui ha letteralmente ragione. Se questo è il manifesto dei cristiani, allora Gesù non c'è. E questo manifesto è il manifesto dell'ateismo (dei cristiani di fatto diventati atei), o forse di quell'agnosticismo che presuppone e conduce all'ateismo. Lo presuppone perché presuppone che sia comprensibile e reale solo ciò che si vede, ciò che è sotto il dominio dei cinque sensi: ciò ch enon si tocca, che non è misurabile, non c'è (ateismo materialista). E vi conduce, perché non si vede e quindi non c'è (Gesù).

Ora, siccome, la Sua Presenza non dipende da un volantone eventualmente sbagliato, l'unica cosa che rimane da capire è a cosa ci educa un simile volantone.

Anche qui l'intervento è illuminante:
"Mi sembra che se noi abbiamo bisogno necessariamente che ci sia, per esempio, un quadro di Giotto per dire che nel Volantone c’è Gesù, allora vuol dire che Gesù in realtà non è qualcosa che accade nella nostra vita, nelle cose materiali della nostra vita, non è un compagno tangibile in ogni singolo minuto della nostra giornata, ma è una cosa sacrissima, ma lontanissima da noi."
Chi sceglie una certa immagine per il volantone, di fatto esprime una preferenza. Anche lui sa bene che la Sua Presenza non è data da un volantone azzeccato. E chi critica una certa immagine, anche lui sa bene che la Sua Presenza non dipende da un volantone sbagliato. Quello che si critica è proprio questa preferenza rispetto ad un'altra, per esempio un quadro di Giotto.
In altre parole, non c'è alcuna "necessità" del volantone. Può essere uno strumento utile, ma il mondo e il cristianesimo sono andati avanti per un paio di millenni senza volantoni.
Quindi accusare chi critica di avere "bisogno necessariamente che ci sia, per esempio, un quadro di Giotto" è un modo per fare un processo alle (eventuali) intenzioni e un ragionamento che tenta di scavalcare la questione della scelta fatta e la butta sulla introspezione psicologica di chi ha un pensiero. Anzi, qualcuno a questo punto dovrebbe spiegare perché ha "bisogno necessariamente di togliere Gesù" per ricordarci che Gesù c'è.

E come sempre accade in questi casi, ciò di cui si accusa è ciò di cui si è vittima: "...allora vuol dire che Gesù in realtà non è qualcosa che accade nella nostra vita, nelle cose materiali della nostra vita, non è un compagno tangibile in ogni singolo minuto della nostra giornata, ma è una cosa sacrissima, ma lontanissima da noi".
Questo è il livello educativo vero del volantone: quello potrebbe essere benissimo il manifesto di una qualsiasi ONG, di un gruppo (che so) buddista, di una associazione per i diritti umani, di un gruppo di adoratori di ceneri di un passato che non c'è più. E l'educazione sottilmente proposta è quella o dell'autoconvincimento delirante ("Gesù c'è, lo so che c'è, anche se non si vede") o della deviazione sentimentale ("Gesù non si vede, però c'è perché lo sento").

Verrebbe da dire con una battuta che Gesù non sa di tutti questi ragionamenti astrusi e rimane vicinissimo a noi.
Invece no, non è così: Gesù lo sa, soffre nel vedere questa umanità smarrita e ogni giorno risale in croce. E quello che diffonde il cristianesimo nel mondo è la commozione generata dalla Sua Presenza reale, qui ed ora, mentre io scrivo.
E mentre tu leggi.
La commozione di una Presenza evidente: sempre più evidente. Soprattutto in mezzo alla tempesta.

domenica 20 agosto 2017

Dopo gli attentati: la perdita del centro



Inizia il Meeting di Rimini, ma l'argomento dominante in questi giorni è ovviamente quello del terrorismo, quello dell'attentato in Spagna. E per chi ha a cuore la storia e il carisma del movimento, una evidenza salta agli occhi dopo la lettura del comunicato stampa di Comunione e Liberazione relativa all'attentato in Spagna: la perdita del centro.

E tale evidenza richiama alla memoria qualcosa che appartiene alla storia del Meeting: la mostra dell'edizione del 1998 suscitata dalla lettura del libro "La perdita del centro" di Hans Sedlmayr e intitolata appunto "La perdita del centro", un libro di arte nel quale viene posto l'accento sulla crisi dell'uomo moderno.
La lettura del comunicato stampa di CL ha suscitato in me immediatamente tre riflessioni.

La prima è l'origine del volantino, cioè "Comunione e Liberazione di Spagna". Come se gli eventi si riferissero ad un fatto locale, solo spagnolo. Nulla di nuovo rispetto alle posizioni recenti, perché anche nel caso dell'attentato a Manchester, il relativo comunicato stampa era firmato "Communion and Liberation UK". Anche questo diffuso sul sito ufficiale in tutte le lingue. Insomma, al centro di CL, se c'è qualcosa, ormai vige la regola del silenzio. Ormai ci sono soltanto le comunità locali.
Peraltro sarei felice di questa svolta, se però fosse accompagnata dalla consapevolezza di questa svolta. Comunque le eccezioni ci sono. Per le ultime elezioni (nemmeno politiche, ma amministrative) il volantino c'è stato, il volantino di CL e basta, non di una comunità locale. Ma anche questo, come quelli locali, ripetuto in tutte le lingue, come se le elezioni amministrative italiane fossero un fatto internazionale. Di fatto, con la perdita del centro, abbiamo semplicemente un centro che, forse per NON dare l'impressione di non esistere più, fa da eco ai commenti locali. E senza nemmeno porsi il problema se il commento proposto abbia rilevanza locale oppure no.
Anzi, in prospettiva inizia pure a porsi un altro problema: perché CL Spagna e UK si presentano come comunità locali, mentre CL Italia no. CL Italia, stando alle firme dei volantini, è CL e basta.

Seconda riflessione.
Una prima conseguenza evidente è l'insignificanza del contenuto, al di là delle belle parole. L'insignificanza in particolare rispetto ai fatti precisi da cui il volantino prende spunto. La cosa è resa evidente dal fatto che si potrebbe prendere il testo di commento dell'attentato di Manchester e, a parte le prime tre righe, ricopiarlo come testo di commento per l'attentato a Barcellona. Possibile che la realtà non detti nulla di nuovo rispetto a quanto già prima si poteva commentare?
Io capisco che non si abbia uno sguardo complessivo sulla realtà: probabilmente una comunità locale ha più difficoltà ad avere uno sguardo totalizzante sulla realtà.
Conseguenza evidente della perdita del centro.

Terza riflessione.
Ciò che manca in questo volantino ci dice molte cose. E sono due le mancanze clamorose.
La prima è la totale assenza della parola Islam e di qualsiasi suo derivato. La seconda è la mancanza di una qualsiasi parola di pietà per i terroristi. Anzi, di qualsiasi citazione per i terroristi. Questo modo di non considerare la realtà secondo la totalità dei suoi fattori diventa anche un modo sottile di non usare la parola "islamico", visto che ne manca l'occasione.
Io posso essere d'accordo (senza dogmi e con prudenza) con chi afferma che questi attentati hanno molto poco di islamico, a iniziare dai suoi autori, dagli attentatori. Però se se si vuole negare che abbiano una natura islamica (o religiosa di qualsiasi tipo), bisogna pure dire allora che natura hanno, che origine hanno. Perché indubbiamente hanno una origine mediorientale piuttosto complessa, come lascia anche intendere un recente interessante articolo di Blondet.
E bisognerebbe capire cosa vuol dire Netanyahu quando afferma che minando i rapporti con Israele la UE sta "minando la propria sicurezza" e che occorre "non minare un paese occidentale che difende i valori europei e gli interessi europei e impedisce un’altra migrazione di massa in Europa".
Quindi bisognerebbe imparare a legare il problema del terrorismo islamico (o mascherato da islamico, che dir si voglia) con quello dell'immigrazione. E legare questi in un giudizio. E legare questi con le intense attività della CIA in Medio Oriente, e legare tutto ciò con gli interessi di diversi grandi paesi arabi e con quelli, in contrasto o in opposizione, di Israele.

Qui non è una questione di nichilismo. Qui la questione è la volontà omicida delle potenze mondiali (politiche e/o finanziarie) che arriva nel concreto non solo ad ammazzare gente inerme, cittadini qualsiasi: ma arriva ad ammazzare anche tutti gli attentatori. Infatti tutti gli attentatori, dal fatidico 11 settembre 2001 ad oggi, sono TUTTI MORTI, non c'è un solo sopravvissuto, nemmeno un solo catturato. Forse li ammazzano tutti perché così non possono parlare. E magari spiegare come si sono organizzati, come hanno fatto, chi li ha addestrati, chi ha suggerito il piano, ecc.
E forse, ipotizzo, si spiega perché finora non ci sono stati attentatori in Italia: perché le nostre forze dell'ordine non li ammazzerebbero. Tenterebbero una cattura.

Un giudizio su tutti questi argomenti potrebbe veramente aiutare a comprendere la natura malvagia del potere che oggi governa il mondo, ben oltre i giochini della politica. E potrebbe essere uno spunto utile per pregare, davvero intensamente, per le sorti dell'umanità intera.


giovedì 17 agosto 2017

Migranti, uomini (come noi) senza patria

Viviamo in tempi di grande confusione. E questa confusione si vede, in questo periodo, soprattutto nei giudizi che riguardano il complesso tema dei migranti. Un tema sul quale come popolo non siamo stati aiutati a giudicare, perché quando già era una realtà imponente il problema è stato ignorato, il tema è stato rimosso.
Ora che invece molti nella popolazione ne hanno fatto esperienza e per lo più si tratta di esperienze negative, la realtà ci impone un giudizio: un giudizio che viene continuamente sollecitato dagli stessi media che ora ci riportano con insistenza, anzi enfatizzano, le situazioni problematiche e negative. Ma sono gli stessi media che prima hanno taciuto e che ora, poiché in qualche modo devono tirare su la tiratura delle copie e l'indice degli ascolti - come al solito, il positivo che con fatica cresce attira meno del negativo che irrompe - ci urgono un giudizio senza prima averci dato gli strumenti per giudicare.

Ora io qui mi permetto di affrontare questo delicato argomento non perché mi ritenga un esperto della materia, ma perché la confusione è tale che si sono smarriti gli elementi fondamentali per arrivare ad un primo giudizio, quegli elementi che sono ancora alla portata di tutti e dai quali non si può prescindere. Insomma, sono tempi nei quali, per ora culturalmente, occorre sguainare le spade per difendere l'ovvio. Occorre avere il coraggio (perché il giudizio è sempre un rischio) di ridire l'ovvio contro la menzogna oggi dominante.

La prima cosa ovvia da ribadire è quella affermata dalla Chiesa: se si riconosce un diritto ad emigrare, occorre però riconoscere un diritto ancora più grande, il diritto a non emigrare. Cioè il diritto ad essere aiutati a trovare nel proprio paese d'origine quelle condizioni fondamentali per una vita dignitosa.
Questa è la parte che ovviamente i media hanno più accuratamente nascosto perché è quella dove sono più evidenti le gravissime responsabilità dei governi occidentali, che in questi decenni non hanno fatto altro che destabilizzare tanti paesi nel mondo, vendendo armi e sfruttando le risorse, fino a creare una ondata migratoria che oggi ha assunto proporzioni epocali. Tutto questo governato da una sola ideologia, quella del profitto e del potere. E ora di questa situazione non si vede la via d'uscita perché proprio l'ondata migratoria sta creando nuovi affari: dal traffico di esseri umani infatti si sta alimentando anche il traffico di organi, la materia prima per il traffico della prostituzione e infine il disastro sociale che consentirà alle strutture finanziarie più forti di acquisire a prezzi stracciati le migliori aziende.
In altre parole, vogliono (soprattutto a noi italiani) farci diventare un paese del terzo mondo proprio per sfruttarci, come si fa con un paese del terzo mondo.
Finché non si pone mano a questo problema, anche rompendo tutte le alleanze diaboliche che non tengono conto del bene delle popolazioni del terzo mondo, ogni tentativo di soluzione è destinato a fallire miseramente. Le decine di migliaia di profughi sono oggi diventate centinaia di migliaia e nel futuro diverranno milioni, spazzando via ogni tentativo illusorio di gestire o governare il fenomeno.

Ovviamente questo compete ad un governo, quindi alla politica. A noi cittadini e cristiani resta il flebile strumento delle elezioni per tentare di indirizzare il governo verso questa posizione.

Ma c'è dell'altro.
Perché da cristiani dobbiamo porci la domanda: chi sono i migranti?
I migranti sono prima di tutto uomini senza patria.
Questa bellissima definizione è letteralmente quella che San Giovanni Paolo II usò nei confronti dei ciellini, nel lontano 1982. E questo è il titolo del libro (con prefazione di Carron), che per i tipi della BUR ha raccolto alcuni interventi di Giussani negli anni 82 e 83. Sono proprio gli anni di cui sono stati recentemente ripubblicati i testi degli esercizi spirituali nel libro "Una strana compagnia".
Come ha raccontato lo stesso Giussani alla Equipe del CLU ad agosto 1982, il Papa una decina di giorni prima lo aveva chiamato per incontrarlo e nel dialogo ad un certo punto aveva osservato: "Voi non avete patria,  perché voi siete inassimilabili a questa società" ("Senza patria", BUR 2008, pag. 86).

Diceva il Gius:
"Ho detto che è un nuovo passo. Il lavoro di questi giorni ci farà compiere un nuovo passo, il primo in senso cosciente, perché il primo in senso incosciente è ciò che ci ha trascinati in questa compagnia, ci ha fatti andare avanti tanti anni, ci ha fatto fare i CP, la CUSL, fi fa fare anche il Meeting di Rimini o il Meeting del Mediterraneo. Ma, dentro a tutto questo, è incosciente ciò che adesso dice essere il primo passo nella comprensione del come mai noi siamo senza patria. Perché, guardate, in fondo in fondo, tutta la nostra attività, da quando è nata Comunione e Liberazione, dal '70, specialmente dal '73, quando abbiamo fatto il famoso Palalido con seimila universitari,, ma con tutta l'attività della CUSL, tutta l'attività di CP, tutti i Meeting di questo mondo, tutte le cooperative, tutta la lotta per le mense, tutto quello che noi facciamo è per avere una patria, è per avere una patria in questo mondo. Non dico che non sia giusto. Dico che lo facciamo per avere una patria e che questa patria noi non l'avremo." (pag. 87-88).

Torniamo un attimo alla questione dei migranti. Due sono le parole che stanno dominando la comunicazione mediatica di questi tempi: accoglienza e integrazione.

Occorre subito dire che l'accoglienza, soprattutto quando salva immediatamente delle vite umane, è un dovere. Ma proprio tenendo conto che il diritto a non migrare è un diritto superiore, occorre anche preparare il rimpatrio di questi disperati, preparando le condizioni adeguate perché possano vivere dignitosamente nel loro paese. Altrimenti un rimpatrio in una situazione peggiore di quella che avrebbero qui sarebbe semplicemente un gesto disumano.

Invece per quanto riguarda l'altro grande termine utilizzato dai media, occorre dire che l'integrazione è una cosa completamente diversa. Prima di tutto occorre che, per l'integrazione, vi sia una reale volontà di integrarsi. Poi, secondo elemento indispensabile, occorre che vi sia un ambiente nel quale integrarsi. Parrebbe scontato, ma non lo è. E proprio nel nostro caso, cioè nel caso della moderna società secolarizzata, questo elemento viene a mancare.

Infatti noi ci troviamo nel pieno di quella società che il sociologo Bauman ha definito con una frase divenuta celebre "una società liquida", cioè una società nella quale "l'unica cosa che permane è il cambiamento e l'unica certezza è che non vi sono certezze".
Proprio questa nostra condizione, che è soprattutto una condizione spirituale prima che sociale, rende di fatto impossibile una qualsiasi integrazione: per poter accettare una integrazione dovremmo infatti essere in qualche modo "integri" noi.

E qui torna decisiva la considerazione che noi, noi cristiani, in particolare noi ciellini, siamo "uomini senza patria". Proprio nella misura in cui saremo coscienti di questo nostro essere "senza patria", proprio noi e solo noi saremo capaci di vera integrazione di chi vive, sicuramente con smarrimento, questa condizione esistenziale. L'occidente moderno infatti può offrire solo una quantità straripante di false certezze, sempre cangianti e sempre apparenti, senza mai un punto di riferimento, un punto di stabilità: in altre parole, senza un solo punto di verità. I media parlano in continuazione di integrazione, senza capire nulla di cosa voglia dire, dopo avere per anni letteralmente "disintegrato" la società civile, cioè letteralmente distrutto ciò che era integro nella società civile.
Non c'è più (e non ci deve essere!) niente di integro nell'occidente modernista; quindi lo stesso è totalmente incapace di integrazione, nonostante qualsiasi illusorio progetto di integrazione solo perché si possiede un documento o un pezzo di carta.
Ma già l'abbiamo capito: il potere continuerà a perpetuare la propria menzogna.

Certo, quello che qui sto prefigurando è un compito immane. Occorre essere integri noi, occorre avere una nostra identità precisa e poi proporre questa identità a chi volesse integrarsi. Ma qui non si tratta di misurare un successo in termini politici o sociali. Si tratta anzitutto di prendere coscienza di un compito. Perché non c'è altra speranza oltre a quella cristiana. Qui il campo di battaglia non è ai confini dello Stato. Il primo campo di battaglia, e pure l'ultimo, è la nostra coscienza.

Occorre ovviamente impegnarsi con la più grande ironia, conoscendo bene i nostri limiti. Ma anche con la più grande decisione, sapendo bene che l'alternativa è la scomparsa dalla storia dell'identità italiana.
La madonna in a Fatima ha affermato che "in Portogallo si conserverà la fede...".
E in Italia?
Come ha detto il card. Caffarra in una lettera ai fedeli ormai 4 anni fa, non ci sarebbe mai perdonato se continuassimo ad essere culturalmente irrilevanti. E non ci sarebbe mai perdonato perché il perdono è materia di fede e perché l'impegno culturale, cioè l'impegno a far emergere la verità in tutto il suo splendore, è anch'esso materia di fede.
Come disse San Giovanni Paolo II: "La sintesi tra cultura e fede non è solo un'esigenza della cultura, ma anche della fede... Una fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta".
E tutto l'impegno culturale dev'essere determinato da una precisa coscienza: con esso si forma la coscienza, prima di tutto di chi attua questo impegno.


lunedì 7 agosto 2017

Una Strana Compagnia

Una delle peggiori vacanze della mia vita.
Lo dico sinceramente. Anche se non ci voleva molto, visto che di vacanze in vita mia ne ho fatte davvero poche, da quando tengo famiglia e devo lavorare per arrivare (spesso a stento) a fine mese.
Anche per questo sono arrivato in vacanza in Trentino stanchissimo, quasi esaurito per la stanchezza, soprattutto a causa di un periodo intenso di lavoro e complice pure un viaggio da Roma davvero faticoso (per il traffico e qualche altro intoppo) durato circa nove ore, con una vecchia macchina senza l'aria condizionata.
Arrivato in albergo, ci ho messo un giorno solo per capire dov'ero, stranito dal fatto di non trovarmi davanti ad una scrivania a lavorare al computer. Ho iniziato la vacanza così stanco che ogni mattina ero intontito, quasi come un ebete; rispondevo a stento ai saluti e se c'era un incontro, capivo, ma non riuscivo a connettere. E le passeggiate più semplici sono state per me un piccolo martirio, abituato a tenere le gambe incrociate sotto la scrivania per 10-12 ore al giorno.
Ma non è bastato tutto questo. Il lunedì (quindi il secondo giorno della vacanza) mi hanno chiamato dal lavoro per un grave problema occorso dopo un aggiornamento sul server: la mia applicazione non aveva smesso di funzionare. Un aggiornamento non previsto, non calcolato, a me non comunicato. Insomma, una sorta grosso problema che, ora che ero in ferie, rischiava di diventare un piccolo incubo.
Per fortuna mi ero portato il mio fedele computer portatile: che fortuna, così ho potuto lavorare (seppure ancora stanchissimo) anche in ferie!
Stress pregresso, stanchezza, poi ancora stress per un problema improvviso da risolvere urgentemente, senza potermi godere qualche giorno di ferie. E così ho pure dormito malissimo solo per la stanchezza. Risolto il problema al lavoro in un paio di giorni, è arrivata la notizia di un altro problema grave (stavolta non lavorativo, ma personale). E ho pure passato la nottata quasi in bianco, arrovellandomi inutilmente tra pensieri e preoccupazioni.
Poi ci si sono messi pure gli amici, vedendomi lì sempre seduto al computer nel salone dell'albergo: "visto che sei esperto di informatica, ci dai una mano con le foto delle vacanze?".
Beh, ormai che ci sono...
Così ho passato la mattinata dell'ultimo giorno a scaricare quasi 150 foto dal mio account di Whatsapp e costruire così una sequenza da mostrare durante la festa finale. Alla fine le dita sul mouse erano indolenzite. Nel primo pomeriggio sono andato a riposare, pensando di svegliarmi per le 17 e seguire l'incontro con mons. Negri. Invece niente, mi sono svegliato alle 18 e 30, appena in tempo per la Santa Messa. Poi la cena e alla fine festa e proiezione delle foto.

Eppure...
Solo quel paio di ore della festa hanno cambiato tutto. Mi hanno cambiato dentro. Sono state l'evidenza di un popolo, un piccolissimo popolo, che nonostante tutti i problemi personali (perché di sicuro non sono l'unico!) e tutti i problemi del mondo e tutti gli scandali del mondo (e degli amici, o di quelli che abbiamo considerato amici!) trova l'occasione di gioire, di esser lieti; ma non essere lieti per non pensare ai problemi, per dimenticare, per essere distratti rispetto alla realtà che comunque ci attende inesorabile alla fine delle vacanze.
Una letizia che invece nasceva da una realtà presente, da una speranza presente, da un presentimento del vero percepito e gustato nei volti di quelli presenti alla vacanza. La sera, dopo la festa, sono andato a letto stanco come gli altri giorni.
La mattina seguente invece no. Non ero più stanco, mi sentivo in forma e con l'energia addosso per tornare a casa e cambiare il mondo. Tanto che un paio di amici mi hanno letteralmente detto: "stamattina ti vedo in forma!".

Lo ripeto: è stata la vacanza peggio vissuta tra le poche vacanze che mi sono goduto finora. Una esperienza nuova, in senso negativo.
Ma l'esperienza di questa energia, che mi fa sorgere il desiderio di tornare a casa e cambiare il mondo, questa l'ho già vissuta diverse volte, sempre dopo certe vacanze con certi amici, quelli di una "strana compagnia". Dopo certe vacanze o dopo certi esercizi spirituali. Una compagnia di persone che, in un modo o nell'altro, costantemente ti richiamano a Cristo, costantemente ti richiamano alle sorti della Chiesa e del mondo, senza mai nulla toglierti dei pensieri dei tuoi problemi. Si penserebbe di soffocare. Invece no, non si soffoca, anzi si respira finalmente a pieni polmoni, perché pure i problemi personali sono collocati (finalmente!) nella loro giusta dimensione, cioè come partecipazione ai problemi del mondo, un puntino minuscolo rispetto ai problemi del mondo.
Allora pure i problemi personali acquistano un senso. E tutto acquista un senso. E allora viene voglia di cambiare il mondo: viene addirittura l'energia di cambiare il mondo.
Che "strana compagnia"...

domenica 9 luglio 2017

La ripresa dell'Europa

Sul sito ufficiale di CL ho recentemente trovato un articolo dal titolo "Rassegna CLU - Discorsi sull'Europa".
Il testo proposto riporta le riflessioni di tre autori (Enrico Letta, Antonio Polito e Mattia Feltri) i quali con diverse motivazioni portano in luce la crisi dell'Europa. Poi segue una riflessione che, spiace dirlo, non riesce ad uscire dalla gabbia del pensiero unico moderno e, oltre a criticare in misura diversa i contributi riportati (perché non propongono soluzioni o ne propongono di sproporzionate), più in là non riesce ad andare.
Ne è testimonianza il giudizio riportato riguardo lo sviluppo della crisi: "Non lo sappiamo, nessuno lo sa e può fare attendibili pronostici". E subito prosegue:
"Sappiamo solo che ogni crisi, quanto più è profonda tanto più
costringe a ripartire dal basso, dalle fondamenta umane. Sono certo necessarie le considerazioni e le iniziative politiche, ma è ancor più necessario che nascano uomini che sappiano, come i “fondatori” dell’Europa antichi e recenti, ricostruire".
Qui già il desiderio diventa desiderio impossibile. In fondo si cade nella soluzione sproporzionata, che ha una nefasta conseguenza, perché la soluzione proposta non dipende da me, da noi. Possiamo fare qualcosa noi, in merito a questa necessaria nascita? Come fa un uomo a nascere con delle certezze? Le certezze non si acquisiscono col tempo? Dov'è finita la certezza di cui normalmente sarebbe capace un ciellino, un cristiano? Come si sviluppa?
Il testo conclude così:
"Siamo in università e abbiamo visto, nelle recenti elezioni svoltesi in molti atenei italiani, che molti, insieme a noi, hanno un ideale, una passione per se stessi e per la situazione intorno a loro. Si sono coinvolti non per un tornaconto “politico”, ma per non restare spettatori del mondo, per un desiderio di non lasciarsi scorrere addosso la vita. È un punto di novità. E se accade in università, potrà accadere anche in Europa."
 Cari giovani, che avete circa trent'anni meno di me: anche io ho passato qualche anno all'università, frequentando il movimento e conoscendo una passione per l'ideale. All'epoca però c'era la tendenza a dichiarare questo ideale per quello che era, con semplicità ma anche con la risolutezza tipica di chi è giovane e vuole (o vorrebbe) bruciare le tappe e andare subito al sodo.
Quello che all'epoca poteva sembrare una semplice opzione, oggi, (per fortuna!) non lo è più. Non si può più parlare, dopo tutto quello che è successo (e tutto quello che è successo non è successo invano!) solo di un ideale, una formulazione generica che lascia troppo spazio all'ambiguità e alla confusione oggi dominante. Oggi occorre definirlo per quello che è, con tutta semplicità e chiarezza, cioè un ideale cristiano.
Come si fa, cristianamente, a parlare di Europa e a non ricordare che la Chiesa e il Papa stesso (all'epoca il Santo Karol Wojtyla) fecero pressioni affinché nel prologo della Costituzione fosse inserito un richiamo alle radici cristiane dell'Europa? E che tale richiamo fu invece negato, come se il cristianesimo fosse un corpo estraneo a questa Europa?
E come si fa, cristianamente, a parlare di Europa e non avere nel cuore e nella mente la Dottrina Sociale della Chiesa con i suoi insegnamenti fondamentali? Come si fa a non considerare che il principio di sussidiarietà, insieme alla dignità della persona, al bene comune e al principio di solidarietà, è uno dei quattro cardini della Dottrina Sociale della Chiesa? E come si fa a parlare di Europa senza considerare che la nascita della moneta unica è in clamorosa e totale contraddizione con il principio di sussidiarietà, poiché invece di aiutare le monete nazionali, le ha cancellate?
Io capisco che all'epoca dei fatti molti di voi non eravate nemmeno nati; ma quelli più grandi di voi c'erano: non vi hanno raccontato nulla?
La crisi dell'Europa è niente altro che la crisi di una istituzione umana che ha considerato e considera il cristianesimo come un corpo estraneo: tutto qua. E questa Europa non è un un soggetto isolato, ma è un soggetto concepito e calato in un preciso contesto storico e sociale, con una precisa crisi morale e spirituale e ora anche economica e monetaria, nella quale vi sono degli attori precisi e determinati ad un piano preciso.
In questo determinato contesto questa Europa si è comportata in un modo preciso, assecondando le ricette che altrove hanno deciso (la finanza in generale, ma soprattutto americana) e che già altrove hanno fallito. Questa crisi (morale ed economica) non è una crisi solo di questa Europa, è una crisi di questo mondo, così come oggi è stato costruito: un mondo nel quale in questi dieci anni la crisi economica ha reso più povere miliardi di persone, ma dove i dieci uomini più ricchi del mondo hanno semplicemente raddoppiato la loro ricchezza.
Chi ha voluto questo mondo e questa Europa, non ha oggi titolo per lamentarsi che ci voglia "più politica" o perché "dovevano fare prima l'unione politica e poi quella monetaria", poiché loro hanno voluto precisamente questo (come già dichiarato dal senatore Mario Monti) cioè una unione monetaria fatta prima di quella politica proprio per mettere in crisi la politica. Sul filo di questo ragionamento, proprio il senatore Monti ha affermato (quando ancora era professore) che "le crisi sono per definizione passi in avanti .." perché sono passi in avanti nel loro progetto.
Il vostro richiamo storico al medioevo e all'esperienza benedettina è corretto: manca soltanto un accenno, decisivo, al fatto che l'esperienza benedettina è emersa dopo l'epoca definita "dei barbari" e dopo la caduta di quella grande civiltà che è stata l'impero romano. Una civiltà caduta e scomparsa.
Come si fa a non considerare con la massima serietà la possibilità concretissima che possiamo essere sull'orlo della caduta e della scomparsa della civiltà occidentale?
Cari giovani, gli autori da voi citati e riportati non potevano e non possono avere questo quadro, questi giudizi, perché loro stessi sono tra gli autori di quel pensiero unico per il quale il cristianesimo è un corpo estraneo a questa Europa, a questo mondo moderno (ma non siete riusciti a trovare nessuno altro? Mi offro io!). E la vostra dichiarazione di ignoranza sul futuro dell'Europa è una lineare conseguenza di questo pensiero unico che, anche tra i cristiani, quasi nessuno contrasta.
Non lo contrastiamo, e quindi inevitabilmente poco o tanto lo assorbiamo.
Quasi nessuno però non vuol dire nessuno; nella mia memoria sono scolpite in maniera vivida le parole del card. Caffarra:
"La vicenda culturale dell’Occidente è giunta al suo capolinea: una grande promessa largamente non mantenuta.
I fondamenti sui quali è stata costruita vacillano, perché il paradigma antropologico secondo cui ha voluto coniugare i grandi vissuti umani [per esempio l’organizzazione del lavoro, il sistema educativo, il matrimonio e la famiglia …] è fallito, e ci ha portato dove oggi ci troviamo.
Non è più questione di restaurare un edificio gravemente leso. E’ un nuovo edificio ciò di cui abbiamo bisogno. Non sarà mai perdonato ai cristiani di continuare a essere culturalmente irrilevanti..." (lettera ai fedeli della diocesi, 16 febbraio 2013)
Cari giovani, proprio per questo vi scrivo: siamo nell'epoca della caduta della nostra civiltà; non ci sarà mai perdonato (dai posteri ma soprattutto da Dio), sapendo quello che sappiamo, di continuare ad essere culturalmente irrilevanti.
Della caduta della nostra civiltà ha parlato con grande profondità anche il sociologo MacIntyre nel lontano 1980. Quel testo io l'ho conosciuto grazie ad un volantino del movimento del 1993, riportato nel libro "La Fraternità di Comunione e Liberazione" del 2002, pagina 34-35 in nota. Non a caso anche MacIntyre ha fatto riferimento alla caduta dell'impero romano.
"Un punto di svolta decisivo in quella storia più antica si ebbe quando uomini e donne di buona volontà si distolsero dal compito di puntellare l’imperium romano e smisero di identificare la continuazione della civiltà e della comunità morale con la conservazione di tale imperium. Il compito che invece si prefissero (spesso senza rendersi conto di ciò che stavano facendo) fu la costruzione di nuove forme di comunità entro cui la vita morale potesse essere sostenuta, in modo che sia la civiltà sia la morale avessero la possibilità di sopravvivere all'epoca incipiente di barbarie e di oscurità. Se la mia interpretazione della nostra situazione morale è esatta, dovremmo concludere che da qualche tempo anche noi abbiamo raggiunto questo punto di svolta. Ciò che conta, in questa fase, è la costruzione di forme locali di comunità al cui interno la civiltà e la vita morale e intellettuale possano essere conservate attraverso i nuovi secoli oscuri che già incombono su di noi. E se la tradizione delle virtù è stata in grado di sopravvivere agli orrori dell’ultima età oscura, non siamo del tutto privi di fondamenti per la speranza. Questa volta, però, i barbari non aspettano al di là delle frontiere: ci hanno governato per parecchio tempo. Ed è la nostra inconsapevolezza di questo fatto a costituire parte delle nostre difficoltà. Stiamo aspettando: non Godot, ma un altro San Benedetto, senza dubbio molto diverso". (Dopo la virtù, Alasdair MacIntyre, 1980, pag. 314)
E nel 2006, scrivendo una nuova introduzione alla nuova edizione di quel libro, così scriveva.
"Quando scrissi quella frase conclusiva nel 1980, era mia intenzione suggerire che anche la nostra epoca è un tempo di attesa di nuove e inattese possibilità di rinnovamento. Allo stesso tempo, è un periodo di resistenza prudente e coraggiosa, giusta e temperante nella misura del possibile, nei confronti dell'ordine sociale, economico e politico dominante nella modernità avanzata. Questa era la situazione di ventisei anni fa, e tale ancora oggi rimane." (pag. 26)
Quindi non siamo del tutto privi della speranza.
Ma deve essere una speranza ragionevole. Non che nascano uomini che abbiano "hanno un ideale, una passione per se stessi e per la situazione intorno a loro", perché questo è un sogno pindarico; perché questi uomini siamo noi, dobbiamo essere noi. Gli ideali nascono e si fortificano e divengono ragionevoli fonti di speranza laddove c'è una umanità, una compagnia che sorregge i singoli uomini, proprio quella compagnia di cui anche voi, nel vostro ambiente, fate esperienza. 
Dobbiamo essere noi a iniziare a costruire "nuove forme di comunità", preparandoci ad una "resistenza prudente e coraggiosa, giusta e temperante nella misura del possibile, nei confronti dell'ordine sociale, economico e politico dominante nella modernità avanzata".
A questo ci dobbiamo preparare non perché forse scoppierà una catastrofica guerra, ma perché siamo già in guerra!
SIAMO IN GUERRA, questa dovrebbe essere la nostra costante riflessione e il punto di origine di ogni nostra riflessione. Siamo in guerra, lo ripeto ormai da dieci anni. E non lo dico perché io sia un veggente o un visionario. Pure io mi sono svegliato tardi, perché siamo in guerra da almeno vent'anni.
Siamo in guerra, dovete accettare questo dato di fatto, anche perché loro lo hanno già dichiarato pubblicamente, come ha fatto il noto speculatore miliardario Warrenn Buffett in una intervista del 2006:
"C'è una guerra di classe ma è la mia classe, la classe dei ricchi, che la sta facendo e la stiamo vincendo" ("There’s class warfare, all right, but it’s my class, the rich class, that’s making war, and we’re winning.")
Siamo in guerra, dunque, ma non siamo privi della speranza, soprattutto perché proprio cento anni fa c'è stato detto che comunque vi sarà non una ripresa, non una vittoria, ma letteralmente il trionfo del Cuore Immacolato di Maria.
Avanti dunque, con semplicità ma con determinazione. Questo è il presente che abbiamo e sul quale possiamo iniziare a costruire fin dal piccolo ambito sociale dell'Università, in funzione del trionfo grandioso che ci attende. "A noi la battaglia, a Dio la vittoria!".



giovedì 20 aprile 2017

Chi siamo noi?


L'immagine può contenere: pianta e spazio all'aperto
Ieri pomeriggio, stando in preghiera davanti alla statua Madonna, nel Santuario della Vergine della Rivelazione (originato dalle apparizioni iniziate il 12 aprile 1947 al veggente Bruno Cornacchiola), pensando a tutto il Movimento, a quelli incontrati al santuario di San Luca e a me stesso, mi sono reso conto che quello che stiamo vivendo, quello che io sto vivendo e che mi sembra vivano anche altri, è un attacco al nostro carisma nella forma particolare che siamo noi.
Non un attacco al nostro carisma, e basta; ma un attacco al nostro carisma nella forma particolare che siamo noi. Quindi prima di tutto un attacco a quella "realtà comunitaria sociologicamente identificabile, investita da una forza dall'alto, portatrice sana di un nuovo tipo di vita"!

Chi siamo noi?
Simo quelli del 25 settembre, memoria liturgica di San Cleofa, marito di Maria di Cleofa e forse fratello di San Giuseppe, era padre di Giacomo il Minore, di Giuseppe e di Simone.
Uno dei due discepoli di Emmaus, uno di quelli che disse "non ci ardeva forse il cuore?..".
E non è stata quella la nostra esperienza il 25 settembre? Non ci ardeva il cuore?
E tutto quello che ci è successo dopo, compresi i goffi tentativi di rivederci (ma accadrà, tutti ne siamo certi, no può finire qui!) è un riverbero di questo ardore del cuore, qualcosa che non è diventato una nostalgia da rinchiudere in un cassetto, ma qualcosa che pian piano è penetrato nelle nostre vite come una realtà nuova, dotata di vita propria. Ora forse iniziamo a prenderne coscienza.

Quello che è accaduto a tanti di noi prima del 25 settembre, in piazza al Family Day o in altre occasioni, è stato uno scansarci rispetto ad un attacco a quello che siamo. Ci siamo scansati, abbiamo fatto un passo in là in una direzione imprevista, prendendo un bivio, perché la strada intrapresa da tanti altri non sembrava più seguire quello che noi, in coscienza, avevamo dentro. Educati per una vita a seguire la propria coscienza, in quel momento abbiamo continuato a farlo.
E ci siamo scansati.
Qualcuno direbbe che ci siamo "decentrati": "Tutta la spiritualità, tutti i carismi nella Chiesa devono essere “decentrati”: al centro c’è solo il Signore!". A volte lo Spirito parla come noi non ci aspettiamo, con parole improbabili dette in occasioni improbabili. Ma a posteriori, col senno di poi, verrebbe da dire: "più chiaro di così!".
Questo è il miracolo che ci siamo trovati addosso: ci siamo scansati ma il carisma ci è rimasto attaccato addosso.

Chi siamo noi?
Siamo quelli del 25 settembre, siamo quelli che "non ci ardeva forse il cuore?".
E in queste parole c'è già tutto.
Il tema che ci era stato dato, poi travalicato e non approfondito dagli interventi, era "la Memoria".
E proprio questo è quello che è accaduto ai due discepoli di Emmaus: la prima coscienza, il primo atto della coscienza è stato la memoria dell'incontro appena fatto! "Non ci ardeva forse il cuore?". Allora la nostra prima parola deve essere MEMORIA.
E la seconda viene sempre dalla stessa frase: "Non ci ardeva forse il cuore?".
Lo Spirito Santo, nonostante noi uomini peccatori, nulla fa per caso. Figuriamoci un Giubileo della Misericordia indetto da Santa Madre Chiesa. Misericordia, miseri cordis. L'ardere del cuore mi pare che sia il gesto di tenerezza di Dio Padre che si china sui suoi figli e in un momento di confusione indica sommessamente una strada.
Come il mormorio di un vento leggero.
"Ecco, il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento ci fu un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto ci fu un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco ci fu il mormorio di un vento leggero. Come l'udì, Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all'ingresso della caverna. Ed ecco, sentì una voce che gli diceva: «Che fai qui, Elia?». Egli rispose: «Sono pieno di zelo per il Signore, Dio degli eserciti, poiché gli Israeliti hanno abbandonato la tua alleanza, hanno demolito i tuoi altari, hanno ucciso di spada i tuoi profeti. Sono rimasto solo ed essi tentano di togliermi la vita»." (1Re 19,11-14).
E la seconda nostra parola deve essere MISERICORDIA.

Siamo decentrati, siamo realtà locali, quindi i nostri riferimenti devono essere locali, diocesani. E il nostro carisma, avendo come pietra angolare il Giuss, ora si è arricchito di Memoria e Misericordia.
Tutto qui.
Ora dobbiamo solo prenderne coscienza.

Uscendo dal Santuario, sono passato in una galleria che lo circonda, scavata nella collina dove il Santuario è "infilato" (tutto il Santuario è all'aperto, coperto da un tendone, solo l'altare è all'ingresso della grotta e la statua dove si sono svolte le apparizioni è nella grotta). In questa galleria i fedeli attaccano alle pareti foglietti volanti in cui danno testimonianza delle grazie ricevute.
Queste due immagini danno l'idea delle grazie che ancora oggi la Madonna concede.


Busti, stampelle, foto, biglietti con messaggi o racconti della grazia ricevuta: c'è di tutto.
Mi è venuto in mente che là fuori da qualche parte c'è un popolo che ha ricevuto delle grazie, che ha già avuto nella vita esperienza di un incontro, qualcosa per cui possono dire anche loro "non ci ardeva forse il cuore?".
E magari sta solo aspettando "una realtà comunitaria sociologicamente identificabile".
Un abbraccio a tutti.

domenica 16 aprile 2017

La "scelta religiosa"

Cosa si intende per "scelta religiosa"?
L'affermazione salta fuori quando si pone la possibilità di una operosità che inevitabilmente comporta una esposizione pubblica, con tutte le complicazioni (economiche, sociali e politiche) che questa comporta. Allora tale "scelta religiosa" diventa inevitabilmente un passo indietro, un mettersi da parte rispetto a un'opera concreta.
In questo caso il nome denuncia una mentalità, quella secondo la quale ciò che è "religioso" è distante dal mondo, dal potere, dal denaro. E precisamente questa mentalità è una mentalità mondana, una mentalità del potere laicista, proprio quel potere che vorrebbe il cristianesimo con non incidente sulla realtà concreta degli uomini, soprattutto quando di mezzo ci sono denaro e potere.
Invece in senso cristiano, secondo la mentalità cristiana, ciò che è religioso è sempre in qualche modo coinvolto con la responsabilità nella gestione di tutte le cose, dalle cose più piccole a quelle più grandi, quelle dove potere e denaro hanno un peso rilevante.
Quindi quando si parla di "scelta religiosa" occorre prima di tutto rendersi conto che c'è di mezzo una mentalità, una visione della realtà che è contraria alla visione cristiana della realtà.
Afferma Carron, nella sua ultima scuola di comunità del 22 marzo: "Chiediamo, tante
volte, delle soluzioni; e se non ce le dà, pensiamo che il movimento manchi al suo compito
educativo, per esempio quando gli domandiamo che ci dica chi o come votare. Invece il compito del
movimento è quello di metterci in cammino, senza svuotare la nostra umanità. Questo non è
intimismo, questa non è scelta religiosa!" (pag. 4).
In questo testo il commento di Carron è riferito a "Perché la Chiesa", pag. 206-214. In particolare Carron sta commentando il paragrafo 5 "La Chiesa non ha come compito la soluzione dei problemi umani". E nel testo Giussani riporta un brano di Vangelo nel quale Gesù si rifiuta di mettersi a fare "il giudice" in una disputa di eredità tra fratelli (Lc 12,13-15).
In questi casi, la descrizione è corretta: la Chiesa non ha il compito di fornire soluzioni dettagliate ai singoli casi umani. Questi stanno nella vita delle singole persone ed esigono una responsabilità che è del tutto singolare. Ma nelle parole di Carron c'è un contenuto che va oltre a questa descrizione. Lui dice che "pensiamo che il movimento manchi al suo compito educativo, per esempio quando gli domandiamo che ci dica chi o come votare". Chi e come votare non è un fatto personale!
E nel momento in cui la Chiesa è definita come una realtà umana sociologicamente identificabile, il comportamento di questa realtà umana quando si tratta di impegnarsi per il bene comune (intendendo il bene comune in senso molto largo, cioè intendendo anche i beni spirituali, prima di tutto il bene della salvezza eterna), allora il valore educativo per un impegno è un fattore determinante.
Qui non si tratta di una "soluzione", ma di un fattore educativo! E per l'esperienza di chi scrive, l'impegno nelle campagne elettorali quando frequentavo il CLU (fine anni 80 e primi anni 90, a Roma) era un impegno deciso e imponente come fattore educativo per vivere appieno il nostro carisma, al di là di ogni risultato.
La mancanza di tale impegno incide inevitabilmente e profondamente sulla natura stessa di questa "realtà umana sociologicamente identificabile"; e incide pure sulla capacità dei singoli appartenenti di incidere responsabilmente nei confronti di tutta l'umanità. Se tale disimpegno diviene un progetto, occorre dire che a questo punto si mira a cancellare completamente la Dottrina Sociale della Chiesa.
Diceva Carron nella scuola di comunità del 17 febbraio 2016 (pag. 8 in fondo): " Questo non vuol dire che noi non abbiamo tutto lo spazio per testimoniare la bellezza della famiglia così come Dio l’ha voluta creandoci maschio e femmina".
Purtroppo si è sbagliato: dopo l'approvazione della legge sulle unioni civili e tutte le iniziative dei giudici e dopo che alcuni sacerdoti sono stati allontanati dai rispettivi vescovi solo per aver citato san Paolo, si può dire che non "abbiamo tutto lo spazio per testimoniare la bellezza della famiglia così come Dio l'ha voluta". E quello spazio si sta riducendo sempre più.

Ma come siamo arrivati a questo punto? Come ci siamo  ridotti a questa situazione? Una situazione che non riguarda Carron e non dipende solo da Carron, perché lui ogni volta viene costantemente rieletto presidente della Fraternità di CL, quindi quantomeno c'è una responsabilità condivisa.
Quello che nel tempo è venuto a mancare, a mio modesto avviso, è la crescita di una responsabilità nel movimento, una crescita di persone responsabili nel movimento. Perché un responsabile è anzitutto una persona non omologata, autonoma nelle sue scelte e nelle sue decisioni. Tale responsabilità è anzitutto una responsabilità di tipo sociale, cioè la responsabilità tipica di colui che decide, nel bene e nel male, per il bene degli altri.

Ora la nostra responsabilità è quella di saper leggere i segni dei tempi. E questi sono i tempi in qualche modo apocalittici nei quali si stanno per avverare le profezie di Fatima, soprattutto il celebre terzo segreto, quello nel quale si parla di un "Vescovo vestito di bianco, abbiamo avuto il presentimento che fosse il Santo Padre"; e si parla di
"una grande città mezza in rovina e mezzo tremulo con passo vacillante, afflitto di dolore e di pena, pregava per le anime dei cadaveri che incontrava nel suo cammino; giunto alla cima del monte, prostrato in ginocchio ai piedi della grande Croce venne ucciso da un gruppo di soldati che gli spararono vari colpi di arma da fuoco e frecce, e allo stesso modo morirono gli uni dopo gli altri i Vescovi Sacerdoti, religiosi e religiose e varie persone secolari, uomini e donne di varie classi e posizioni"
E secondo la veggente Lucia, secondo la testimonianza del card. Bertone,
"Noi non sapevamo il nome del Papa, la Signora non ci ha detto il nome del Papa, non sapevamo se era Benedetto XV o Pio XII o Paolo VI o Giovanni Paolo II, però era il Papa che soffriva e faceva soffrire anche noi"
Ma c'è un altro passaggio, del secondo segreto, che in questi giorni mi ha colpito molto.
"Quando vedrete una notte illuminata da una luce sconosciuta, sappiate che è il grande segno che Dio vi dà che sta per castigare il mondo per i suoi crimini, per mezzo della guerra, della fame e delle persecuzioni alla Chiesa e al Santo Padre. Per impedirla, verrò a chiedere la consacrazione della Russia al Mio Cuore Immacolato e la Comunione riparatrice nei primi sabati. Se accetteranno le Mie richieste, la Russia si convertirà e avranno pace; se no, spargerà i suoi errori per il mondo, promuovendo guerre e persecuzioni alla Chiesa. I buoni saranno martirizzati, il Santo Padre avrà molto da soffrire, varie nazioni saranno distrutte. Finalmente, il Mio Cuore Immacolato trionferà. Il Santo Padre Mi consacrerà la Russia, che si convertirà, e sarà concesso al mondo un periodo di pace."
Il passaggio che mi colpisce è che se non avviene la consacrazione della Russia "spargerà i suoi errori per il mondo... il santo Padre avrà molto da soffrire, varie nazioni saranno distrutte... finalmente... il Santo Padre mi consacrerà la Russia, che si convertirà, e sarà concesso un periodo di pace".
Quindi la consacrazione della Russia al Cuore Immacolato di Maria avviene comunque, ma nel secondo caso solo dopo persecuzioni e sofferenze. Con un'ultima nota, aggiunta nel testo pubblicato sul sito del Vaticano:
"In Portogallo si conserverà sempre il dogma della fede, ecc."
A parte quel "ecc" che sembra lasciare qualcosa in sospeso (e di cui ha parlato Socci in un suo libro), rimane il fatto che "in Portogallo si conserverà sempre il dogma della fede", come se non fosse scontato che la fede si conserverà sempre anche a Roma.
E siccome nulla accade per caso, proprio nei tempi oscuri in cui l'attacco alla Chiesa e all'umanità intera si attua con un attacco alla famiglia, in questi tempi la Chiesa ha indetto un "Giubileo della Misericordia" che evidentemente nei disegni divini qualcosa ci deve indicare.

Io da sempre recito la coroncina della Divina Misericordia, ma da quando faccio questo tipo di riflessioni (circa dal Family Day del 2015) lo faccio con una coscienza ben diversa. E sto cominciando a pensare che ora questa coscienza, per la gravità del momento che stiamo vivendo, occorre che prenda carne e diventi un carisma proprio. Non un carisma diverso, ma un carisma proprio.
Così come il carisma di CL ha fatto nascere carismi diversi (Fraternità di CL, Memores Domini, Fraternità sacerdotale di San Carlo Borromeo, Fraternità di San Giuseppe, suore di carità dell'Assunzione), nulla vieta che ne sorga un'altro ancora. Anzi, sarebbe solo segno della vivacità e della vitalità del carisma di don Giussani.
E sarebbe un segno dei tempi. Come lo è stato il nostro incontro al santuario di San Luca, dove il tema che ci eravamo dati era quello (da me sentitissimo!) della memoria.
Memoria e Misericordia mi sembrano due fondamenta solide, che oggi sono sotto attacco soprattutto perché si tenta di tenerle separate. Da qui allora occorre ripartire, dalla coscienza della Misericordia di Dio come Memoria, cioè come esperienza di un fatto presente che ha avuto un inizio nel passato e nel tempo ha sviluppato una storia, alla quale apparteniamo.
E se dovrà nascere un nuovo carisma, lo vedremo insieme nel tempo, con l'aiuto di Dio.

domenica 2 aprile 2017

È se opera

Ripropongo qui un testo che mi pare di grande attualità, oltre che un testo bellissimo.

Appunti da una conversazione di monsignor Luigi Giussani con giovani impegnati in un cammino vocazionale, Milano, settembre 1993. “È, se opera” è stato pubblicato su 30Giorni, n. 10, ottobre 1993
“Ex hoc aliquis percipit se animam habere et vivere et esse, quod percipit se intelligere, sentire et alla huiusmodi opera vitae exercere”
(san Tommaso d'Aquino, De Veritate) 

1. Immaginiamo di essere seduti in questa sala. Qualcuno chiama: Anna Rigotti. Si crea il silenzio, e si ode una voce rispondere: “Sono presente”. Guardiamo intorno, passiamo in rassegna i volti... Dov'è? Non c'è! Per uno strano fenomeno riecheggia la sua risposta: Sono presente, ma Anna Rigotti non c'è. Se qualcosa del genere succedesse sarebbe ben grottesco! “Eterno Dio immutabile, la fonte è in Te dell'essere, nella Tua pace immobile Tu segni ai tempi il volgere”, dice un Inno della liturgia. Ora, se cantassimo queste paro-le (Eterno Dio immutabile...) e non ci fosse niente? Se udissimo le parole ma non esistesse niente? Sarebbe grottesco come nell'immagine usata. “Eterno Dio immutabile” risuonerebbe come quel “Sono presente” di Anna Rigotti che non c'è: nient'altro che una for-ma di suono, un'eco di parole. Per la maggior parte della gente Dio vige così, è così. Per la maggior parte della gente (anche per chi va in chiesa) il rapporto con Dio, col divino, vale a dire con ciò che dovrebbe essere percepito come origine e destino di tutto, è co-sì: “sono parole”. Dio ha sfondato questa separazione, questo vuoto tra Sé e l'esperienza dell'uomo. L'esperienza implica un complesso di fattori misurabile, determinato da tempo e spazio, che viene raccolto dai sensi che è cioè visibile con gli occhi, tangibile con le dita, udibile con le orecchie (che tu ci sia, che tu sia presente mentre parlo, è un'esperienza). Dio, il Mi-stero che fa tutte le cose, ha sfondato la lontananza, il vuoto che l'uomo inevitabilmente porrebbe tra il tempo e lo spazio, cioè la realtà in quanto sensibile, visibile, tangibile, udibile, e Dio. Il problema è quello di un divino sentito come astratto, di un “quid” che non è nominabile in modo sperimentale perché con la vita non c'entra, non è cioè perce-pito aver a che fare con niente (eppure, che le cose non si fanno da sé è così vero, che qualsiasi uomo ha il senso di questo destino più grande di lui, per quanto soffocato o al-terato nella distrazione normale). Il Mistero ha sfondato l'astrazione e la lontananza in cui sarebbe inevitabilmente tenuto dall'uomo, poiché, non essendo né visibile, né tocca-bile, né udibile, il pensiero non lo può afferrare come afferra il significato di un viso e l'affezione non vi si può dirigere come si dirige su un viso. La realtà di un viso è misurabile col tempo e con lo spazio, è visibile, tangibile, udibile: l'intelligenza può perciò rendersene conto, sorprenderne la profondità, e l'affezione muoversi verso di esso. Ciò che non è sensibile (tangibile, visibile, udibile), ciò che non è sperimentabile, non può essere vero oggetto di intelligenza e di affezione: intelligenza e affezione restano a-stratte. Ciò che non è esperienza nel senso detto non può essere contenuto di un pensiero e di una affezione reali, ma di un pensiero e di una affezione astratti, che non hanno valore e tenuta, che non hanno cioè nessuna incidenza sul tempo e sullo spazio, su quel che si vede, si tocca e si sente.
Dio, noi lo viviamo così! Ma Dio ha sventrato, ha sfondato la distanza in cui noi lo sentiremmo e lo terremmo. Come Dio ha sfondato questa lontananza? Incarnandosi e uscendo dal seno di una donna come bambino. Il Mistero che fa tutte le cose è stato concepito nel seno di una donna: è nato come un bambino, è cresciuto come un bambino. Mangiava, beveva, parlava. Piuttosto presto ha incominciato a discutere e i dottori della Legge ne restavano meravigliati: Come può questo ragazzo dire e conoscere queste cose?. Poi ha incominciato ad uscir di casa (immaginiamo con che apprensione sua madre seguiva ormai gli avvenimenti); parlava per le strade a tre, quattro, cinque persone oppure a gruppi di trenta o quaranta, secondo i paesi e agiva in modo tale che la gente si stupiva: Ma come fa a fare queste cose? Come fa a parlare così? Nessuno ha mai parlato come quest'uomo! Nessuno ha mai fatto cose simili ! Immaginiamo, quando Lui tornava a casa, come sua madre rimaneva impacciata: ultimamente non poteva saper bene chi era suo figlio. Di Lui sapeva solo, per le parole dell'angelo, che sarebbe stato misterioso. E tuttavia, tra quello che l'angelo le aveva detto e quell'uomo che aveva davanti non c'era per quella donna nessun distacco. Era suo figlio e non era come lei poteva immaginare. Non poteva pensarlo. Anche lei, quando lo sentiva parlare e lo vedeva agire, diceva: “ Come fa a saper queste cose?” Come fa a fare queste cose. Ma non c'era differenza: non c'era un salto, un vuoto, tra quell'uomo in carne ed ossa, suo figlio, che aveva allattato, e il mistero che Lui portava con sé, il mistero che Lui era, il divino che era. Non poteva immaginarsi come facesse le cose che faceva e come dicesse le cose che diceva, ma non c'era per lei nessun distacco. In verità, essa fu la prima a capire, perché già nelle parole dell'angelo vi era l'anticipo: “Sarà chiamato Figlio dell'Altissimo”. Dio, l'origine e il desti-no di tutto, ciò di cui tutte le cose, ultimamente, sono fatte (è questa la frase che nes-suno capisce e da cui nessuno resta colpito, mentre è la più inconcepibile, la più tre-menda e più grande, perché ristabilisce la distanza infinita e al tempo stesso afferma la concretezza di questo ultimo), Dio, per aiutare l'uomo, si è reso compagnia all'uomo, è diventato compagnia umana: è entrato nella vita stessa dell'uomo con forma umana. Questo è Gesù Cristo: Dio fatto carne, Dio fatto uomo. Per farsi riconoscere, Dio è entrato nella vita dell'uomo come uomo, secondo forma u-mana, così che il pensiero e tutta la sua immaginatività, l'affettività e tutto il suo sogna-re sono stati come bloccati, calamitati. C'era lì Uno che cacciava i demoni, che guariva i ciechi, che guardava la donna peccatrice in modo tale che essa qualche giorno dopo gli lavò i piedi piangendo che guardava cioè fino a cogliere la radice del cuore dell'uomo. Passando davanti a quel-l'albero, Gesù alzò lo sguardo verso chi si era arrampicato e gli disse: “Zaccheo, scendi subito, perché voglio venire a casa tua”. Zaccheo scese in fretta e Lo accolse con gioia. E a Matteo, che era un gabelliere, uno che riscuoteva i soldi, semplicemente disse: “Vieni con me”. E lui abbandonò tutto e Lo seguì. Questa è la cosa senza paragone più grande, senza la quale l'uomo è fatto fuori e tutto è vuoto: Dio, per aiutare l'uomo, si è reso compagnia umana. Perché se c'è quel vuoto tra tempo e spazio e Dio, tempo e spazio sono destinati a diventar vuoto.

2. Quell'uomo in cui Dio si è reso carne per diventare compagnia all'uomo ha detto: “lo sarò con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo.” Solo se è presenza ora, infatti, Egli può influire su di me e cambiare la mia ora può cambiarmi e rendermi quello che Lui vuole. Solo ciò che agisce nel presente “è”. Ciò che non agisce nel presente non è non c'è. Perché noi non possiamo uscire dal presente: partiamo dal presente, agiamo nel presente, finiamo nel presente. Il presente è la grande caratteristica dell'essere. “Sarò con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo.” Ma se è con noi tutti i giorni, deve essere visibile, tangibile, udibile, misurabile in tempo e spazio, oggi, adesso. Altrimenti non è, c'è solo un vuoto. Se Gesù non fosse hic et nunc, qui ed ora con una espressione che, soprattutto nei primi anni, il Papa ha amato dire tante volte ci sarebbe un vuoto sterminato. Il Suo nome Gesù Cristo non sarebbe che una pura paro-la(esattamente come quella eco che dice: “Sono presente”, e non c'è nessuno). “Sarò con voi tutti i giorni”: Egli è presente. Ma dove è? Come è? Come Gesù Cristo è presente in modo sensibile, visibile, tangibile, udibile, così che il pensiero possa rendersene conto e l'affezione dirigersi, e la nostra vita essere incisa, dominata e cambiata dalla Sua presenza, avere in essa il suo punto di appoggio (origine), intravvedervi il destino, sperimentarne la costitutività ?

3. Lo sappiamo bene, Cristo è presente tutti i giorni in quanto afferra talune persone che il Padre gli dà in mano coloro che il Padre destina alla vita eterna e le fa parte del mistero della Sua persona (non per nulla il segno più grande e reale di questa assimilazione è il mangiare e il bere: l'agape eucaristica. Un mangiare e un bere: c'è qualcosa di più assimilabile di un boccone che si mangia e di un sorso che si beve?). Cristo è presente secondo la modalità che Lui ha creato: la compagnia delle persone che afferra e immedesima con Sé. Con queste persone immedesimate con Sé e quindi legate fra loro, E-gli è presente nel mondo con una faccia. In che modo Gesù, Dio fatto uomo, il padrone del tempo e dello spazio, afferra queste persone e le porta dentro di Sé? Come Gesù ha afferrato e portato dentro di Sé noi? È il Battesimo il gesto con cui Egli afferra l'uomo e lo porta dentro di Sé. Non c'entriamo nul-la noi. È Lui che nel corso della storia, fra tanta gente, nella folla che cammina per il mondo, prende ora l'uno ora l'altro, senza domandare il permesso a nessuno! Il Battesi-mo è un gesto di possesso che è realmente possesso, è un segno che contiene ciò di cui è segno. Gesù Cristo è il padrone di tutto, ma in talune persone questa signoria Egli la vuole esprimere nel mondo, nella storia, perché tutti vedano perché tutti possano vede-re. Tutti voi che siete stati battezzati vi siete immedesimati con Cristo (Gal 3, 26). Immedesimati: diventati una cosa sola con l'Io di Cristo, membra Sue. Perciò, se tra milioni di persone ha scelto, per esempio, noi che siamo qui, ognuno di noi è stato assimilato a Cristo. Col Battesimo Cristo ci ha preso e ci ha portato in Sé. E se ha preso me e ha pre-so te, noi siamo una cosa sola, diventiamo membra l'uno dell'altro: Non sapete che siete membra l'uno dell'altro?² (Ef 4, 25). Il modo con cui Cristo è presente a noi e con noi tutti i giorni è una compagnia fatta di carne e di ossa, di tempo e di spazio, misurabile, visibile, udibile, tangibile: sperimentabile. Cristo ha preso ognuno di noi col Battesimo e si è reso costantemente e attivamente presente a noi nella compagnia di tutti coloro che ha preso come noi.

4. A ognuno di coloro che afferra, Cristo assegna un compito. Della vita di tutti coloro che sceglie e rende parte di Sé, Egli ha un disegno, che è una collaborazione al grande disegno per cui è diventato uomo, è morto ed è risorto: il disegno della salvezza del mondo. Come fa parte di Sé l'uomo che nel Battesimo afferra, così lo fa parte del grande disegno per cui è venuto. Tua madre e tuo padre hanno avuto un certo compito. A te è stato dato un altro compito. Ad alcuni infatti Egli dà il compito di affrontare il mondo la vita, il rapporto con se stessi, con gli altri e con le cose come l'ha affrontato Lui, secondo la modalità e la forma con cui l'ha affrontato Lui. È questa la chiamata alla verginità. Si dice verginità proprio in quanto il rapporto con la realtà è direttamente e cosciente-mente voluto in funzione di Cristo: tutta la vita è direttamente in funzione di Cristo. Tutti i compiti dovrebbero essere in funzione di Cristo (anche quello di tua madre e di tuo padre), perché tutto è in funzione di Cristo. Ma è come se le chiamate normali avessero dentro come si dice in greco un katechon, che in italiano si dovrebbe tradurre “scandalo”: hanno come dentro un freno (come un treno che non potesse correre a due-cento all'ora), per cui è più difficile la coscienza, l'esperienza diretta del rapporto con Lui, è più difficile il toccarLo. Per coloro che Cristo afferra nel Battesimo e a cui dà co-me scopo e compito della vita, come partecipazione al Suo disegno, di affrontare il mondo come l'ha affrontato Lui, il rapporto con la verità delle persone e delle cose è senza freno. “Senza freno” vuol dire che le persone e le cose si esauriscono totalmente nell'essere segno Suo: nella verginità persone e cose sono viste secondo la loro origine, che è il mi-stero di Cristo, secondo il loro destino, che è il mistero di Cristo, secondo ciò di cui ultimamente sono fatte, che è il mistero di Cristo. Le persone e le cose sembrerebbero così ridursi a un pretesto passeggero ed effimero perché quello che importa è che domini Cristo. E invece, se io ti guardo secondo la tua vera origine, il tuo vero destino, ciò di cui ultimamente sei fatto, proprio in quanto io ti guardo così, la tua figura diventa potentissima ai miei occhi, la tua realtà amatissima e la tua forma adorabile: partecipi direttamente di quello che è Cristo. La vocazione alla verginità è affrontare gli uomini e la realtà direttamente secondo il disegno di Cristo, senza nessun katechon, senza nessun freno, senza nessuna alterazione. Certo, si può sempre scivolare nell'alterazione, ma la riscossa dall'alterazione è come destinata ad avvenire in modo impressionantemente più facile. Uno non ha tregua se non nella purità di ciò cui è stato destinato, non ha pace se non in quello.

5. Ma l'uomo, come Dio l'ha creato, è libero. E a Cristo che l'ha preso può dire: “No, non voglio!”, come un bambino capriccioso che, di fronte a un bicchiere, dica: “No, non è un bicchiere!”. Noi possiamo dire di no al fatto di essere stati afferrati, al gesto con cui Gesù ci ha presi, ci ha resi parte di Sé, membra del suo corpo, e ci ha destinati ad un compito. Non potendo far nulla da sé (“Senza di me non potete far nulla”), l'uomo può applicare la sua libertà solo come “sì” o come “no” all'iniziativa di un Altro, accettando o non accettando cioè che l'Altro faccia. Se l'uomo accetta che l'Altro “faccia”, diventa creativo come Lui, diventa una cosa sola con Lui: l'amore a Cristo diventa allora una cosa sensibile, più sensibile di ogni altro amore. È l'esperienza a cui siamo chiamati. Dire “sì” vuol dire accettare Cristo. Ma si dice “sì” o si dice “no” a Cristo così come ci appare, come ci si stringe vicino ed entra nella nostra esistenza. Ed Egli vi entra con la compagnia in cui ci ha chiamato. Il “sì” a Cristo è un “sì” alla modalità con cui Cristo è presente a noi, perciò è un “sì” alla compagnia vocazionale (il “sì” detto a Cristo e non alla compagnia vocazionale è come dire: “Sono presente” e non esserci!). Se diciamo di sì, se Lo accettiamo, con tutta la fatica nel tempo ogni co-sa si illumina e “passiamo di luce in luce”, come dice san Paolo. Se diciamo di no, tutto cade nel niente, decade, fino all'oscurità totale e permanente come i vecchi palazzi in rovina, pieni di serpi e di rovi. Per seguire la tua vocazione, Cristo ti aiuta accompagnandoti. Ti accompagna fisicamente con la compagnia in cui ti ha collocato. Egli diventa presente a te a te che ha chiama-to a questa vocazione in questa compagnia. Attraverso la compagnia di coloro che ha
chiamato come te Cristo si stringe attorno a te: questa compagnia è proprio Cristo pre-sente. La presenza di Cristo è la compagnia di coloro che ha chiamato come te. Questa compagnia è Cristo nella sua realtà umana, è il corpo di Cristo che ti si rende presente, tanto che Lo tocchi, Lo vedi, Lo senti. I1 suo valore è più profondo di quello che vedi (perciò ognuno, in questa compagnia, ha una dignità grandissima e non lo puoi trattare come tante volte lo tratti); ma quello che vedi è il mistero di Cristo che ti si rivela. “Corpo” dice non tutto quello che uno è. Dice ciò che appare e si lascia vedere di quello che uno è. Ma questa apparenza è reale (non è come sentir dire: “Sono presente” e non c'è nessuno). I1 corpo è reale, sperimentabile. E noi siamo parte di questo Suo corpo, che ha una profondità molto più grande di quel che si vede, ha un valore che eccede la realtà umana dei suoi componenti, ha una radice che affonda in una terra a noi ignota: la terra dell'Essere, del Mistero. Il corpo non lascia vedere tutta la personalità, ma è l'inizio di tutto il misterioso cammino dentro la personalità. Il mistero di Cristo è come il mistero del nostro io, che si documenta nel corpo. Ciò che si vede, ciò che si sente, ciò che si tocca, il tuo comportamento, vale a dire ciò che io sperimento di te, mi rivela qualcosa di quello che sei, del mistero del tuo io: “gli occhi sono lo specchio dell'ani-ma”. Allo stesso modo questa compagnia in cui Cristo ti ha chiamato e con cui ti si strin-ge attorno ti rivela quello che Lui è per te: attraverso lo sguardo e il comportamento che Egli suscita in coloro che ti ha messo attorno nella misura in cui Lo riconoscono, Gli obbediscono e ne vivono la memoria , tu conosci di più chi è Cristo. Ci sono persone nella compagnia che ti fanno sentire la me-moria di Cristo in modo dieci volte più facile che non tutte le altre: se “gli occhi sono lo specchio dell'anima”, queste persone sono l'iride dell'occhio. Attraverso questo corpo capisci il Mistero che vi abita, l'Io che vi sta dentro, che è l'origine e il destino di tutto. Quello che non possiamo pretendere di capire è in che modo Cristo identifica il Suo corpo con queste membra che siamo noi, facendoci rimanere noi stessi e, nello stesso tempo, assumendoci come una cosa sola (eis: una persona sola, secondo l'espressione di Galati 3, 26-28) con Lui. Percepire la presenza di una compagnia in modo tale da riconoscere in essa il mistero di Cristo presente è un culmine oltre la ragione: si chiama fede, in quanto la oltrepassa. La ragione nasce dentro il terreno della esperienza (non può che partire di qui), ma termina, seguendo il dinamismo stesso che le è proprio, sulla soglia di un “ol-tre”, di un “altro”, implicato dall'esperienza ma “al di là” di essa, “più grande” della capacità di immaginazione e di presa della ragione: l'infinito, il mistero. La ragione è coscienza della realtà secondo la totalità dei suoi fattori. La totalità dei fattori di una realtà implica il suo rapporto con l'infinito, col mistero, da cui la sua esistenza ultimamente dipende. Riconoscere la presenza dell'infinito in modo tale che essa si percepisca co-me fattore di una realtà umana è la fede. Infatti il mistero di Cristo si rivela e si rende presente a me in una compagnia. “Compagnia” è qualcosa di sperimentabile. Ma come essa sia il mistero di Cristo non lo vedo, è al di là dell'esperienza: percepire questa Presenza, riconoscere il mistero di Cristo presente in essa, si chiama fede. E se non arrivo qui non sono ragionevole, perché non tutti i fattori sono tenuti n considerazione.

6. Ma era soprattutto questo che qui mi premeva richiamare: Cristo si stringe attorno a te attraverso la compagnia di coloro che ha chiamato come te. Cristo ti aiuta accompagnandoti fisicamente con la compagnia in cui ti ha collocato. Perciò puoi vivere la tua vocazione ciò cui Cristo ti ha chiamato attraverso il Battesimo e la collaborazione al Suo disegno cui ti ha destinato solo se tu fai parte di questa compagnia, la accetti e la segui, imiti il meglio che essa ti esprime, vi obbedisci. Altrimenti non potrai vivere la vocazione nel suo concreto.
Come nasce questa compagnia? Come mai tu sei in questa compagnia? Il “questo” della compagnia come fa ad essere identificato? Perché tu sei in questa e non in un'altra compagnia? Come avviene tale distinzione? Attraverso un incontro che il Signore ti ha fatto compiere. Cristo ti ha preso nel Battesimo, ti ha fatto crescere, diventar grande, e ti ha fatto accadere un incontro. Vale a dire, ti ha fatto sperimentare la vicinanza di una realtà umana diversa, corrispondente, persuasiva, educativa, creativa, che ti ha in qualche modo colpito. E allora hai detto: “Vado insieme con loro”, hai cioè accettato di sentir l'urto che ti spingeva verso quella realtà umana incontrata. L'hai accettato: nessuno infatti è stato preso con un laccio e condotto qui; anche chi più sentisse disagio, è qui perché l'ha voluto. E l'ha voluto perché è stato colpito da qualcosa, foss'anche per un soffio. Perché Cristo “lavora” anche a soffi. “Ecco, il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento ci fu un terremoto, ma il Signore non era nel terre-moto. Dopo il terremoto ci fu un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco ci fu il mormorio di un vento legge-ro” (1 Re 19, 1121). Il Signore era nel mormorio di quel vento leggero. Anche per un soffio, anche solo per un momento, tu hai avvertito come un'attrattiva, un suggerimento, hai avuto una intuizione di qualcosa di più bello, di più corrispondente, di migliore. E hai detto “si”. L'incontro poteva essere con centomila altri temperamenti o altri fascini: tu hai avuto questo. Hai incontrato una persona di questa compagnia e hai percepito il soffio nuovo di una promessa di vita, hai presentito una Presenza corrispondente all'attesa originale del cuore. Perciò questa e non un'altra è la compagnia nella quale Cristo è di-ventato compagno alla tua vita e si stringe a te nel cammino, ti cinge e ti sostiene. In questa compagnia tu puoi ripetere la parola grande, stupefacente: “A te si stringe l'ani-ma mia e la forza della Tua destra mi sostiene”. Il mistero di Dio, che sarebbe altrimenti percepito lontanissimo, astratto, diventa così urgenza nella tua vita di ogni giorno: suggerimento per guardare il cielo e la terra, emozione e commozione nello spalancare il cuore ad una preferenza, che è vera se apre il tuo essere intero al bisogno di tutto il mondo facendoti partecipare così alla grande pietà di Cristo. Perché la grande pietà di Cristo è come fiorita nel mondo attraverso delle preferenze: Giovanni, Simone... Ma non sarebbe stata vera preferenza se non fosse stata il segno della grande, nuova pietà di Cristo per tutto il mondo.
Questa compagnia in cui ti sei imbattuto ha determinate caratteristiche. È quindi per l'incontro con determinate caratteristiche, con un determinato accento, con una determinata attrattiva, con una determinata figura, che ti sei trovato in essa. La caratteristi-ca della compagnia in cui Cristo ti ha messo è semplicissima, la più semplice di tutte. È la caratteristica di ricordarsi, in qualsiasi circostanza della vita, che tutto è, ultimamente, fatto di Cristo. In senso attivo si chiama “offerta” e in senso passivo si chiama “me-moria”: è la memoria di Cristo, coscienza di una Presenza, che ha come attività l'offer-ta. Perché l'offerta è il riconoscere che l'azione che sto facendo afferma Lui, in modo ta-le che Dio lo voglia! tutti Lo riconoscano di più. E non ho altro di desiderabile al mondo, perché è questo che mi fa amare di più certe persone, le persone più vicine, e poi le al-tre, e poi tutto il mondo. Anche la preferenza più acuta infatti sarebbe falsa se si fer-masse a se stessa. Questa compagnia si chiama Memores Domini e ha come sua regola la coscienza della presenza di Cristo come costitutiva del valore di ogni azione: anche il mangiare e il be-
re, il vegliare e il dormire, soprattutto il vivere e il morire. Qual è il compito concreto nella vita? Come tu aiuti il mondo ad essere più libero, più umano, più felice quaggiù e più convogliato al suo destino tutto? Ricordandoti, qualsiasi cosa tu faccia: “È il Signore”. È quello che disse Giovanni a Pietro, quando insieme intravidero quella figura approssimarsi sulla spiaggia, ma da lontano non capivano bene chi fosse, se un uomo reale o un fantasma. E, a un certo punto, Giovanni esclamò: “E il Signore”. Così, mangiare e bere, vegliare e dormire, studiare e lavorare, penare e gioire, sopportare, perdonare e correggere, affaticarsi e riposarsi, tutto: “È il Signore”.

7. Sembra di ritornare daccapo, a quell'immagine usata all'inizio (Anna Rigotti. “Sono presente”. E non c'è!). Che tutto sia del Signore: sembra un sogno! E invece, se togliete questa Presenza, ogni cosa va in cenere, tutto è destinato alla corruzione, come dopo tre o quattro giorni un uomo morto nel sepolcro: tutto è destinato alla corruzione del sepolcro, alla disperazione della prigionia, di una prigionia senza possibilità di uscita, tutto veramente “non c'è”, non esiste. Che cos'è questa faccia se non si fa da sé, se ieri non c'era e domani non ci sarà? È chiaro. Non c'era niente di tutto quel che c'è; a un cer-to punto viene all'essere: non si è fatto da sé. Se quel che c'è, prima non c'era e domani non ci sarà (così come si vede), tutto è, ultimamente, fatto di un Altro. Se tutto non c'e-ra, tutto è ultimamente fatto di Dio. Ma la questione non è qui (il problema è casomai che, per gli uomini, siccome tutto è ultimamente fatto di Dio, Dio è come se fosse quello che si vede: lo confondono e quindi lo dimenticano nella sua diversità). La vera questione è che Dio si è fatto uomo, perciò tutto è ultimamente fatto di Dio fatto uomo, cui posso dire “Tu”: “Ti riconosco, o Cristo”. Oppure, che è lo stesso: “Ti offro”, che vuol dire: “Quello che sto facendo è, ultimamente, fatto di Te. Mostrati in quello che sto facendo!” Dire: “Tutto è, ultimamente, fatto di Cristo” sembra astratto, invece questa è l'unica realtà, che niente vale ad eliminare, la cui concretezza è tale che fa reggere la vita e la morte, fa accettare il peso e godere della gioia, non lascia scappare al proprio sguardo neanche l'uccellino che cade per terra o il fiore che nasce nel campo, come per Gesù. Immaginiamo come a vent'anni Gesù guardava le cose: nulla gli sfuggiva (e ciò che vedeva lo rese oggetto delle sue parabole: per esempio, i bambini che giocano e gridano, così che gli altri i grandi si lamentano contro di loro. Allora i bambini piangono, e gli altri si lamentano che sono lamentosi. E i bambini insorgono: “Non siete mai contenti, né quando piangiamo né quando ridiamo”). Immaginiamo che sguardo aveva quell'uomo: un'affezione senza paragoni, che fa scattare quella parola inconcepibile alla donna che ha perduto il figlio. “Donna, non piangere”. Era una vedova che aveva perso il suo unico figlio. E lui le dice: “Donna, non piangere”. Ma come fa a dir così? Tutto assume una consistenza, una coerenza, un'attrattiva e una fruttuosità, un esito per cui si deve dire, alla fine, quello che diceva la Bibbia, sia pure nella traduzione latina: “ne impedias musicam”, non può ave-re freno (katechon) la musica. Tutto è realmente come una armonia. Chi è chiamato nel-la vocazione a vivere la vita come l'ha vissuta Lui (la verginità è la vita come l'ha vissuta Lui), è chiamato a rendere più gioioso il mondo, più lieta la vita di tutti e creativa, quindi, la propria vita. Chi ha subito l'urto di queste cose, chi, anche per poco, è stato toccato da questo annuncio, e se ne va, se ne va triste per sempre, come il giovane ric-co del Vangelo, perché non c'è nessuna verità se non questa. Così che la verità del cammino di mio padre e di mia madre, dei miei amici che hanno figli, visivamente dipende dalla verità del cammino di coloro che sono stati chiamati alla verginità.