Per comprendere meglio i contenuti di questo blog, si consiglia caldamente di leggere le pagine "Le origini di questo blog" e "La missione di questo blog" affinché le considerazioni (critiche) che vengono svolte nei post siano collocate nella giusta ottica e all'interno di una cornice di riferimento adeguata.
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domenica 14 luglio 2019

La menzogna sul "prossimo"

Sono diversi mesi che non scrivo, preso dalla frenesia della vita quotidiana e dalla difficoltà di trovare il tempo per riflettere un attimo. Ma ci sono momenti che sono come una scossa, per cui ci si deve fermare e si deve scrivere una riflessione.

L'occasione questa volta è un tema che mi è caro, tanto più che da vent'anni sento ripetere quella che secondo me è una interpretazione completamente sbagliata del vangelo di oggi.

Il brano di vangelo in questione è quello della celebre parabola del "buon samaritano" (Lc 10, 25-37) e proprio perché celebre mi sembra ancor più incredibile che si continui con questa interpretazione sbagliata. Eppure l'interpretazione è semplice, perché lo stesso Gesù parla chiaro.
L'equivoco può nascere perché alla fine del brano Gesù afferma "Va' e anche tu fa' lo stesso". Ma tutto il tema della parabola è la risposta alla domanda iniziale del dottore della Legge: "E chi è il mio prossimo?". Se si scollega la parabola da questa domanda si potrebbe accusare Gesù di essere stato evasivo e di non aver risposto. Invece proprio alla fine la parabola si conclude con il chiaro riferimento alla domanda iniziale: "Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti? Quello rispose: Chi ha avuto compassione di lui. Gesù rispose: Va' e anche tu fa' lo stesso".

Il sottinteso, che non viene colto da chi sbaglia l'interpretazione, è che chi è caduto nelle mani dei briganti alla fine amerà il samaritano. Quello è il suo prossimo. E quello Gesù invita ad amare. Invita ad amare non chi appartiene al tuo popolo, non il levita (il ministro del tempio), ma lo straniero, l'eretico secondo i giudei, che però si è preso cura di lui. E questo è il messaggio di questa parabola, straordinariamente rivoluzionario per la mentalità dell'epoca.

Invece si assiste alle solite omelie "buoniste", di quelle che inneggiano alla cura dei poveri/stranieri/migranti perché quelli sono il nostro prossimo, senza alcun riguardo e alcuna considerazione su cosa abbiano fatto e su cosa abbiano intenzione di fare. Ma con questo messaggio buonista la parabola perde ogni significato rivoluzionario e ogni carica esplosiva. Così non c'è nemmeno bisogno di credere in Dio.

Ed è quello che, non a caso, ha affermato proprio oggi Papa Francesco, prima della recita dell'Angelus: "anche uno che non conosce il vero Dio e non frequenta il suo tempio, è capace di comportarsi secondo la sua volontà, provando compassione per il fratello bisognoso e soccorrendolo con tutti i mezzi a sua disposizione".
Il piccolo problema è che con questa interpretazione il buon samaritano diventa il protagonista della parabola e l'uomo aggredito diventa il prossimo: "Gesù, dunque, propone come modello il samaritano, proprio uno che non aveva fede! Anche noi pensiamo a tanta gente che conosciamo, forse agnostica, che fa del bene. Gesù sceglie come modello uno che non era un uomo di fede. E questo uomo, che amando il fratello come sé stesso, dimostra di amare Dio con tutto il cuore e con tutte le forze – il Dio che non conosceva! -, ed esprime nello stesso tempo vera religiosità e piena umanità" (Papa Francesco).
Ma questo è esattamente l'opposto di quanto dice il Vangelo. Il protagonista della parabola è l'uomo aggredito e il suo prossimo, quello che è invitato ad amare, è il buon samaritano, quello che si prende cura di lui.

sabato 4 maggio 2019

Non è Francesco?

Dopo la lettera aperta nella quale si contestano a Bergoglio l'accusa di eresia, sarà sempre più difficile per la gerarchia nascondersi. Dovranno prendere una posizione. Dovranno dare una risposta.
La devono dare prima di tutto a noi laici.
E noi laici abbiamo ormai il dovere di incalzarli, di chiedere una risposta. E di chiedere un conseguente comportamento, di chiedere una conseguente esposizione su questo fatto di inaudita gravità.

Personalmente, rimango completamente convinto dell'opinione che il Conclave 2013 sia nullo e quindi sia sostanzialmente nullo tutto ciò che ne è conseguito.
Però io sono solo un laico, che liberamente esprime la sua opinione e nulla più, perché nulla più posso fare e nulla più mi consente il mio stato.

Ma un Vescovo, un Cardinale hanno il diritto e il dovere di chiedere al Vescovo di Roma di "confermare i fratelli nella fede" perché quello è il suo compito, o di confermare la sua eresia.

Il punto però è: che succede poi? Che succede se, come altamente probabile, non dovesse rispondere e comunque non abbandonasse il soglio di Pietro?
Nulla. Occorrerebbe attendere il successore per avere forse una risposta.

Mi pare che invece la situazione cambi radicalmente se il Conclave 2013 venisse dichiarato nullo da uno qualsiasi dei cardinali partecipanti. Un conclave nullo è semplicemente un conclave non fatto.
Sarebbe da fare, con la massima urgenza, un nuovo conclave.
E in mancanza di altri, basterebbero due cardinali.

venerdì 6 maggio 2016

Amoris Laetitia e intimità coniugale

Con il cuore colmo di gratitudine mi accingo a dire la mia su una possibile interpretazione della Amoris Laetitia.
Colmo di gratitudine, dopo aver letto sul blog Sandro Magister un generoso e nobile tentativo da parte del domenicano Angelo Bellon, docente di teologia morale, di trovare una interpretazione che sia compatibile col magistero ordinario della Chiesa, quello professato prima di questa Esortazione Apostolica. Riconosco in questo la materna sollecitudine della Chiesa, qui attraverso la fatica di Bellon, di venire in soccorso a chi può sentirsi smarrito da certe interpretazioni.

Purtroppo, almeno in un punto di primaria importanza, mi sembra che l'interpretazione di Bellon non sia compatibile con il testo della Amoris Laetitia. Si tratta della nota 329 da me già commentata nel precedente post, che così recita:
"Giovanni Paolo II, Esort. ap. Familiaris consortio (22 novembre 1981), 84: AAS 74 (1982), 186. In queste situazioni, molti, conoscendo e accettando la possibilità di convivere 'come fratello e sorella' che la Chiesa offre loro, rilevano che, se mancano alcune espressioni di intimità, 'non è raro che la fedeltà sia messa in pericolo e possa venir compromesso il bene dei figli' (Gaudium et spes, 51)"
 La nota si riferisce al paragrafo 298, dove si parla dei divorziati. Ecco l'inizio di quel paragrafo, fino alla nota qui sopra:
"I divorziati che vivono una nuova unione, per esempio, possono trovarsi in situazioni molto diverse, che non devono essere catalogate o rinchiuse in affermazioni troppo rigide senza lasciare spazio a un adeguato discernimento personale e pastorale. Una cosa è una seconda unione consolidata nel tempo, con nuovi figli, con provata fedeltà, dedizione generosa, impegno cristiano, consapevolezza dell’irregolarità della propria situazione e grande difficoltà a tornare indietro senza sentire in coscienza che si cadrebbe in nuove colpe. La Chiesa riconosce situazioni in cui «l’uomo e la donna, per seri motivi - quali, ad esempio, l’educazione dei figli - non possono soddisfare l’obbligo della separazione»" [209]
Nell'ultima frase, la parte tra virgolette è una citazione dalla Familiaris Consortio di Giovanni Paolo II (paragrafo 84), la quale si riferisce precisamene alla possibilità di concedere l'assoluzione ai divorziati risposati solo nel caso in cui questi vivano in castità:
"La riconciliazione nel sacramento della penitenza - che aprirebbe la strada al sacramento eucaristico - può essere accordata solo a quelli che, pentiti di aver violato il segno dell'Alleanza e della fedeltà a Cristo, sono sinceramente disposti ad una forma di vita non più in contraddizione con l'indissolubilità del matrimonio. Ciò comporta, in concreto, che quando l'uomo e la donna, per seri motivi - quali, ad esempio, l'educazione dei figli - non possono soddisfare l'obbligo della separazione, «assumono l'impegno di vivere in piena continenza, cioè di astenersi dagli atti propri dei coniugi»"
 Questo il commento di Bellon sulla nota in questione:
In merito a questa nota che ha attirato l’attenzione di molti va detto:
- primo: il papa ricorda l’insegnamento di "Familiaris consortio" che chiede di non vivere "more uxorio" ma di vivere in castità, come amici e fratelli e sorelle;
- secondo: il papa, pur facendo riferimento al Concilio Vaticano II che parla di intimità coniugale, qui parla solo di intimità. È infatti chiaro che in ogni caso questa non sarebbe coniugale, perché i due non sono marito e moglie.
- terzo: il papa vuol dire che pur “accettando di vivere come fratello e sorella”, se succede che talvolta vadano oltre, si deve usare pazienza ed esortarli a fare quanto dice Paolo VI nella 'Humanae vitae', n. 25: "E se il peccato facesse ancora presa su di loro, non si scoraggino, ma ricorrano con umile perseveranza alla misericordia di Dio, che viene elargita nel sacramento della penitenza".
Purtroppo, il secondo e terzo punto non mi sembrano interpretazioni fedeli al testo della Amoris Laetitia. Riguardo al terzo punto, non c'è una citazione della Humanae vitae; invece c'è una citazione della Gaudium et spes. E questo mette in crisi anche il punto secondo, poiché nella nota sono messe insieme, sono correlate le due citazioni (Familiaris Consortio e Gaudium et spes), come se parlassero della stessa cosa. Invece non è così, perché la Familiaris Consortio parla dei divorziati risposati, mentre la Gaudium et spes parla semplicemente della condizione degli sposi. Applicare il medesimo giudizio su due condizioni completamente diverse è quantomeno un azzardo, se non un vero e proprio abuso logico. Occorrerebbe quantomeno esplicitare perché il giudizio rimane inalterato, anche se le condizioni sono completamente diverse. Altrimenti tutto il ragionamento si ammanta di logica ma logico non è.
In particolare viene inficiato il ragionamento per cui "il papa, pur facendo riferimento al Concilio Vaticano II che parla di intimità coniugale, qui parla solo di intimità. È infatti chiaro che in ogni caso questa non sarebbe coniugale, perché i due non sono marito e moglie"; se parla solo di intimità, visto che comunque si riferisce al Concilio Vaticano II che parla di intimità coniugale, dovrebbe dire a quale altra intimità si riferisce. Inoltre tutto il paragrafo è proprio in riferimento al vivere come "fratello e sorella"; quale intimità può mancare a chi vive in questo modo, rispetto a chi vive "more uxorio"?
Ma è proprio la citazione della Gaudium et spes a tagliare la testa al toro:
"Il Concilio sa che spesso i coniugi, che vogliono condurre armoniosamente la loro vita coniugale, sono ostacolati da alcune condizioni della vita di oggi, e possono trovare circostanze nelle quali non si può aumentare, almeno per un certo tempo, il numero dei figli; non senza difficoltà allora si può conservare la pratica di un amore fedele e la piena comunità di vita. Là dove, infatti, è interrotta l'intimità della vita coniugale, non è raro che la fedeltà sia messa in pericolo e possa venir compromesso il bene dei figli: allora corrono pericolo anche l'educazione dei figli e il coraggio di accettarne altri."
Qui viene espressamente citata "l'intimità della vita coniugale", non l'intimità e basta.

C'è un ultimo punto al limite del grottesco.
Il Papa nella nota 329 scrive che "...molti... ... rilevano che...". Non dice, "il Concilio insegna..." oppure "la Chiesa insegna...", ma riporta semplicemente una opinione di indefiniti "molti" (chi saranno poi questi molti?). Qui non c'è alcuna norma fissata, nessun giudizio falso-vero oppure giusto-sbagliato.
In fondo, non c'è alcun motivo per applicare o sostenere le cose qui scritte. Si tratta semplicemente di una diceria. Magari è un pensierino laterale di qualche cardinale tedesco.

lunedì 2 maggio 2016

Amoris Laetitia, una autorevole stroncatura

Uno dei punti controversi dell'Enciclica Amoris Laetitia è relativo al paragrafo 305. Questo il suo contenuto completo:
"Pertanto, un Pastore non può sentirsi soddisfatto solo applicando leggi morali a coloro che vivono in situazioni “irregolari”, come se fossero pietre che si lanciano contro la vita delle persone. È il caso dei cuori chiusi, che spesso si nascondono perfino dietro gli insegnamenti della Chiesa «per sedersi sulla cattedra di Mosè e giudicare, qualche volta con superiorità e superficialità, i casi difficili e le famiglie ferite».[349]In questa medesima linea si è pronunciata la Commissione Teologica Internazionale: «La legge naturale non può dunque essere presentata come un insieme già costituito di regole che si impongono a priori al soggetto morale, ma è una fonte di ispirazione oggettiva per il suo processo, eminentemente personale, di presa di decisione».[350] A causa dei condizionamenti o dei fattori attenuanti, è possibile che, entro una situazione oggettiva di peccato – che non sia soggettivamente colpevole o che non lo sia in modo pieno – si possa vivere in grazia di Dio, si possa amare, e si possa anche crescere nella vita di grazia e di carità, ricevendo a tale scopo l’aiuto della Chiesa.[351] Il discernimento deve aiutare a trovare le strade possibili di risposta a Dio e di crescita attraverso i limiti. Credendo che tutto sia bianco o nero, a volte chiudiamo la via della grazia e della crescita e scoraggiamo percorsi di santificazione che danno gloria a Dio. Ricordiamo che «un piccolo passo, in mezzo a grandi limiti umani, può essere più gradito a Dio della vita esteriormente corretta di chi trascorre i suoi giorni senza fronteggiare importanti difficoltà».[352] La pastorale concreta dei ministri e delle comunità non può mancare di fare propria questa realtà."
Qui si afferma esplicitamente che "entro una situazione oggettiva di peccato... è possibile si possa vivere in grazia di Dio, si possa amare, e si possa anche crescere nella vita di grazia e di carità, ricevendo a tale scopo l'aiuto della Chiesa [351]".
Iniziamo ad analizzare questo paragrafo controverso partendo dalla fine.
Quale tipo di aiuto la Chiesa può dare ad una persona che si trova in una situazione oggettiva di peccato? Ci sono molti modi: il conforto spirituale, il sostegno morale, l'introduzione alla vita della comunità locale. Qui non dice che l'aiuto alla Chiesa possa essere dato con la partecipazione ai Sacramenti. Però neanche lo nega, lasciando aperta la porta al dubbio.
Il dubbio viene purtroppo chiarito dalla nota 351, che recita:
"In certi casi, potrebbe essere anche l’aiuto dei Sacramenti. Per questo, «ai sacerdoti ricordo che il confessionale non dev’essere una sala di tortura bensì il luogo della misericordia del Signore» (Esort. ap. Evangelii gaudium [24 novembre 2013], 44: AAS 105 [2013], 1038). Ugualmente segnalo che l’Eucaristia «non è un premio per i perfetti, ma un generoso rimedio e un alimento per i deboli» (ibid., 47: 1039)."
Quindi qui si afferma esplicitamente che, anche chi vive entro una situazione oggettiva di peccato, può accedere ai sacramenti. A poco vale la considerazione che "non sia soggettivamente colpevole", poiché i "fattori attenuanti" possono (per definizione) diminuire la colpa personale, non annullarla.
Questo è in palese contraddizione con il magistero ordinario della Chiesa, anche perché in tutto questo paragrafo (note incluse) non si fa alcun accenno al pentimento della persona e al proposito di non peccare più, inclusa la determinazione di smettere la condizione di peccato (la convivenza in caso di seconda unione) o l'impegno a vivere in condizioni di castità, nel caso non fosse auspicabile la separazione della nuova unione (perché mette a rischio l'educazione dei figli della nuova unione).
Tutto questo combacia - purtroppo - con quanto già rilevato nel precedente post, cioè sul fatto che viene considerata negativamente una qualche mancanza di intimità perché pregiudicherebbe la fedeltà. Per i commenti su questo aspetto rimando a quel post.
Comunque le contraddizioni di questo paragrafo sono state anche commentate da un personaggio autorevole, il professor Robert Spaermann,  ottentanovenne amico di Joseph Ratzinger, professore emerito di filosofia presso la Ludwig-Maximilians-Universität di Monaco di Baviera, uno dei maggiori filosofi e teologi tedeschi.
Il suo commento è apparso sul blog di Sandro Magister.
Il suo giudizio è durissimo: "Roma può ora imporre la direttiva per cui saranno nominati solo vescovi “misericordiosi”, che sono disposti ad ammorbidire l’ordine esistente. Il caos è stato eretto a principio con un tratto di penna. Il papa avrebbe dovuto sapere che con un tale passo spacca la Chiesa e la porta verso uno scisma. Questo scisma non risiederebbe alla periferia, ma nel cuore stesso della Chiesa. Che Dio ce ne scampi."
Del resto, che ci sia un cambiamento nella dottrina l'ha confermato il Papa stesso, affermando su esplicita domanda se sia cambiato qualcosa sull'accesso alla Comunione: "Si, punto". E sottolineando di riferirsi, per una spiegazione più completa, alle parole del cardinale Schönborn.
E sul perito del paragrafo 305 annota giustamente Spaermann: "Si noti, solo per inciso, che qui ci si serve, giocando su un fraintendimento intenzionale, del passo evangelico citato. Gesù dice, infatti, sì, che i farisei e gli scribi siedono sulla cattedra di Mosè, ma sottolinea espressamente che i discepoli devono praticare e osservare tutto quello che essi dicono, ma non devono vivere come loro (Mt 23, 2)".
L'accusa qui è pesante, perché evidentemente c'è qualcuno che è l'autore di un "fraintendimento intenzionale".
A tal proposito mi viene da pensare che Cristo è morto in croce per salvare il mondo, ma senza togliere una sola virgola della legge stabilita, perché Lui è venuto per compiere non per togliere.
La Chiesa di questi tempi invece sta prendendo un'altra piega. Ma non tutta la Chiesa, grazie a Dio.

sabato 23 aprile 2016

Amoris laetitia: la castità negata

Un tema è sorprendentemente assente nella esortazione apostolica "Amoris Laetitia": il tema della castità in genere e della castità coniugale in particolare.
Basti rilevare che la parola "castità" è presente una sola volta nel documento: al paragrafo 206, quando si accenna alla castità dei fidanzati come "condizione preziosa per la crescita genuina dell’amore interpersonale".
Niente altro.
A dir la verità qualcos'altro c'è quando la castità coniugale viene addirittura attaccata come condizione pericolosa. Sembra incredibile, ma è proprio quello che si capisce dalla nota 329:

"In queste situazioni, molti, conoscendo e accettando la possibilità di convivere “come fratello e sorella” che la Chiesa offre loro, rilevano che, se mancano alcune espressioni di intimità, «non è raro che la fedeltà sia messa in pericolo e possa venir compromesso il bene dei figli» (Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. Gaudium et spes, 51)."

A quali condizioni si riferisce?
Il riferimento da cui nasce la nota è al paragrafo 298, dove si considera la situazione difficile di risposati divorziati i quali, avendo nuovi figli, si trovano in una condizione difficile per ottemperare alla richiesta di separarsi, poiché questo pregiudicherebbe l'educazione dei figli della nuova unione. La Chiesa riconosce tali difficoltà e quindi richiede almeno che i due convivano come "fratello e sorella". Quindi osservando la castità.
Ora, in questa incredibile nota, si afferma addirittura che la castità sarebbe un male, poiché "se mancano alcune espressioni di intimità, non è raro che la fedeltà sia messa in pericolo e possa venir compromesso il bene dei figli".
Oltre al fatto incredibile che qui la castità viene messa in relazione diretta con l'infedeltà (come se la castità fosse contro natura), la cosa scandalosa è che a sostegno di questa oscenità venga citata la Costituzione Pastorale Gaudium et Spes del Concilio Vaticano II. Ovviamente il documento conciliare afferma precisamente il contrario. Questa è la prima parte del paragrafo 51:

"Il Concilio sa che spesso i coniugi, che vogliono condurre armoniosamente la loro vita coniugale, sono ostacolati da alcune condizioni della vita di oggi, e possono trovare circostanze nelle quali non si può aumentare, almeno per un certo tempo, il numero dei figli; non senza difficoltà allora si può conservare la pratica di un amore fedele e la piena comunità di vita. Là dove, infatti, è interrotta l'intimità della vita coniugale, non è raro che la fedeltà sia messa in pericolo e possa venir compromesso il bene dei figli: allora corrono pericolo anche l'educazione dei figli e il coraggio di accettarne altri."
Qui la situazione descritta è radicalmente diversa: si parla di una coppia regolare che vorrebbe, ma è ostacolata dalle condizioni. Qui si afferma (e viene citata nella Amoris Laetitia) che "dove è interrotta l'intimità della vita coniugale, non è raro che la fedeltà sia messa in pericolo": ma si tratta dell'intimità della vita coniugale, non solo dell'aspetto sessuale. E che il riferimento non sia solo all'aspetto sessuale si capisce dalla frase in mezzo (che altrimenti non si capirebbe) "si può conservare la pratica di un amore fedele e la piena comunità di vita".
Questa lettura è confermata più avanti nello stesso paragrafo, dove si afferma esplicitamente il valore della castità:

"Perciò, quando si tratta di mettere d'accordo l'amore coniugale con la trasmissione responsabile della vita, il carattere morale del comportamento non dipende solo dalla sincera intenzione e dalla valutazione dei motivi, ma va determinato secondo criteri oggettivi, che hanno il loro fondamento nella dignità stessa della persona umana e dei suoi atti, criteri che rispettano, in un contesto di vero amore, il significato totale della mutua donazione e della procreazione umana; cosa che risulterà impossibile se non viene coltivata con sincero animo la virtù della castità coniugale."
I casi sono due: nel primo caso fantastico affermiamo che queste due parti del paragrafo 51 sono in contraddizione, poiché si afferma prima che interrompendo l'intimità (con la castità) la fedeltà è messa in pericolo e poi si afferma che occorre coltivare con sincero animo la virtù della castità coniugale.
Nel secondo caso non c'è nessuna contraddizione perché la castità coniugale non coincide con l'intimità della vita coniugale. Quindi vi può essere "la pratica di un amore fedele e la piena comunità di vita" anche nel caso di non poter avere dei figli, "cosa che risulterà impossibile se non viene coltivata con sincero animo la virtù della castità coniugale".
Ora torniamo alla Amoris Laetitia. La cosa terribile della nota è che essa mette esplicitamente in opposizione l'intimità coniugale con quelli che vivono come "fratello e sorella", come se chi evitasse i rapporti sessuali, poiché mancano alcune espressioni di intimità, allora la fedeltà viene messa in pericolo.
Questo è un trabocchetto linguistico davvero triste: nella AL (Amoris Letitia) è scritto "alcune espressioni di intimità", mentre nella GS (Gaudium et Spes) è scritto "è interrotta l'intimità della vita coniugale". Sono due cose palesemente differenti. Però nel primo caso si pretende di usare la stessa conseguenza ("la fedeltà messa in pericolo") del secondo caso. Cioè, nel primo caso (AL) la logica del ragionamento è completamente distorta, perché si applica la stessa conseguenza del secondo caso, che però afferma una condizione di rottura completa dell'intimità, non la mancanza di alcune espressioni dell'intimità.
E questo senza contare che il secondo caso (GS) parla del rapporto difficile di una coppia regolare, mentre nel primo caso si parla di una coppia irregolare.
In altre parole, la nota tenta di contrastare il valore della castità, citando a sproposito un brano di un documento conciliare che cita un caso diverso e finisce per esaltare la virtù castità.

C'è un ultimo tassello da considerare, per comprendere quanto è stata scritta male questa nota.
Rileggiamola:

"In queste situazioni, molti, conoscendo e accettando la possibilità di convivere “come fratello e sorella” che la Chiesa offre loro, rilevano che, se mancano alcune espressioni di intimità, «non è raro che la fedeltà sia messa in pericolo e possa venir compromesso il bene dei figli» (Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. Gaudium et spes, 51)."
Pur riprendendo una citazione dalla Gaudium et Spes, la nota ci informa che "molti...rilevano che...".
Ma chi saranno mai questi molti? E perché citare dei generici "molti"? Sono dei personaggi importati? Sono persone dotte oppure sono degli emeriti ignoranti?
Che bisogno c'era di rendere così impersonale questo delicatissimo passaggio? Perché non prendersi la responsabilità di affermare "io stabilisco che..." citando a supporto la GS?
Mah. La confusione impera. E la virtù della castità è negata.