Per comprendere meglio i contenuti di questo blog, si consiglia caldamente di leggere le pagine "Le origini di questo blog" e "La missione di questo blog" affinché le considerazioni (critiche) che vengono svolte nei post siano collocate nella giusta ottica e all'interno di una cornice di riferimento adeguata.

sabato 3 marzo 2018

La grande menzogna del "voto utile"

Nel dibattito tra i cattolici sui social media, uno dei temi più dibattuti e che ha acceso gli animi è quello del "voto utile".
In particolare tale argomento è utilizzato contro quelli che hanno proposto il voto al partito Popolo della Famiglia.
Siccome tale formazione è una novità oggettiva nel panorama politico italiano, valeva la pena che qualche autorità ecclesiale o qualche movimento spendesse una parola di considerazione su questa formazione e sui dibattiti che ne sono nati.
Ma viviamo in tempi di grande confusione e quindi non bisogna meravigliarsi se questo non è avvenuto. E direi: puntualmente non è avvenuto, perché ormai la Chiesa puntualmente non interviene più sul dibattito politico nelle grandi occasioni per dire qualcosa di incisivo, per comunicare la novità che normalmente viene dalla comunicazione della Verità. E nessuna comunicazione è venuta anche dal movimento che più di altri, nel passato, si è sempre distinto per comunicazioni pungenti e stimolanti in occasione degli appuntamenti elettorali: il movimento di Comunione e Liberazione.

L'unica comunicazione del Movimento è stata la pubblicazione del discorso del Santo Padre a Cesena. Un pezzo di quel discorso. Uno dei brani più insignificanti che potevano essere ripresi, con contenuti assolutamente ovvi e banali.
La riprova è che di quel testo potrebbe essere cambiato tranquillamente la data, mettendoci "Elezioni 2019" o 2020, o 2013, senza modificare nulla di quel discorso. Insomma un brano che non dice nulla di specifico, nulla di notevole rispetto alla realtà odierna.
Nulla di veramente significativo.

Ma questo è il destino inevitabile di chi smette di fare esperienza, di chi smette di implicarsi con la realtà. Senza esperienza, senza una implicazione diretta e personale con la realtà, ogni giudizio è di fatto impossibile. Anzi, per la precisione non è impossibile, perché è impossibile per l'uomo non giudicare; quello che invece è impossibile è che il giudizio diventi pregiudizio, cioè nella sua analisi sia determinato prevalentemente da una ideologia, qualsiasi sia l'ideologia.

E anche chi non ha idee pur avendo la responsabilità di avere delle idee e di doverle comunicare, in fondo fa prevalere una ideologia: quella di non avere guai o di averne meno possibile, quindi di non esporsi in nessun modo, quindi di esprimersi per concetti assolutamente vaghi e con quasi nessuna attinenza al momento presente. Ma per questa strada i concetti vaghi non entrano nella realtà, la Verità non si fa carne, e la comunicazione della Verità diventa una menzogna.

Questi sono in fondo i concetti espressi anche da Gigi De Palo in un post di due anni fa:
"Sono arrivato all'amara conclusione che Paolo VI, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco hanno detto una piccola bugia: la politica non è la più alta forma della carità.
È così nonostante ce la raccontiamo citando qua e là quella frase.
Ci piace ricordacelo, ma nella vita reale non ne siamo per niente convinti e, forse non ne erano convinti nemmeno loro quando lo dicevano.
Se così fosse non ci faremmo tante fisime mentali e, nelle parrocchie, formeremmo i giovani all'impegno in politica, non importa poi in quale schieramento sceglieranno di far parte, intanto saranno formati…
Altrimenti nei seminari si insegnerebbe ai futuri sacerdoti anche la Dottrina Sociale della Chiesa, mentre questo non avviene…"
Sono infatti almeno trent'anni che la Chiesa, continuando a predicare il dovere dei laici a impegnarsi in politica, si è totalmente disimpegnata dalla politica. In altre parole, sono ALMENO trent'anni che la Chiesa invita i laici a impegnarsi in politica e poi li abbandona. Ma nessun laico può desiderare questo, nessun laico credente può desiderare di essere abbandonato dalla propria Casa: per questo i laici che amano davvero la Chiesa poi aborriscono la politica.

Ma una conseguenza diretta, già qui sopra descritta, della mancanza di impegno e quindi di esperienza, è l'impossibilità di un giudizio che non sia determinato da una ideologia e quindi non diventi pregiudizio.
La questione del "voto utile" è un esempio clamoroso e straziante di quanto oggi l'ideologia moderna abbia devastato la capacità di giudizio dell'uomo comune, del cristiano comune.

Infatti il criterio per cui si vota, per cui si va a votare è quello della Verità, non quello della utilità.
Con il voto di queste elezioni politiche, ogni cittadino e cristiano credente di fatto deve tentare di rispondere a queste domande:
- è vero che la famiglia è sotto attacco?
- è vero che occorre cancellare la legge Cirinnà?
- è vero che c'è in corso una gravissima crisi demografica e che questa è la prima emergenza e occorre fare di tutto per favorire le famiglie che fanno figli, in particolare le famiglie numerose?
- è vero che è male ripristinare le "case chiuse"?
- è vero che per uscire dalla crisi economica occorre ripristinare una moneta nazionale'
- è vero (o falso) che... (ecc...)

La categoria da utilizzare è quella della verità, non quella dell'utilità.
La categoria dell'utilità può e dev'essere utilizzata per la gestione del potere, per la conservazione dello status quo. La categoria dell'utilità ha come criterio quello della convenienza. E da questo consegue che se, in una determinata occasione, verità e convenienza sono in conflitto, se prevale il criterio della convenienza allora si usa la categoria dell'utilità come motivazione adeguata di quella scelta.

Duemila anni fa c'è stato il più famoso processo della storia dell'umanità. Ma quel processo non è stato deciso semplicemente da un giudice o da una giuria. Quel processo è stato determinato da una votazione del popolo, suscitata dalla domanda di Pilato: "Chi volete che vi rilasci? Barabba o Gesù detto il Cristo?" (Mt, 27,17).
Questo è il caso più clamoroso di "voto utile". Infatti il sommo sacerdote Caifa si era già espresso in tal senso: "Voi non capite nulla e non considerate come sia meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera" (Gv 11, 49-50). E proprio in forza di questa considerazione i poteri dell'epoca si erano mossi: "Ma i sommi sacerdoti e gli anziani persuasero la folla a richiedere Barabba e a far morire Gesù." (Mt 27,20).
Di tutto questo Pilato era ben cosciente: "Sapeva bene infatti che glielo avevano consegnato per invidia." (Mt 27,18). In altre parole, sapeva bene che stavano per condannare un innocente e che le accuse non avevano prove. Lui stesso non le aveva trovate.
E alla fine, nel dialogo con Gesù, emerge il cuore della questione. Gesù ripete che è venuto per rendere testimonianza alla verità e Pilato replica facendo prevalere il dubbio, che porta alla fine a far prevalere il criterio della conservazione dello status quo: "Che cos'è la verità?" (Gv 18, 38).
E quindi ovviamente se ne lava le mani: "Pilato, visto che non otteneva nulla, anzi che il tumulto cresceva sempre più, presa dell'acqua, si lavò le mani davanti alla folla: «Non sono responsabile, disse, di questo sangue; vedetevela voi!»" (Mt 27,24).

Dopo duemila anni, la questione esistenziale della testimonianza della verità si ripropone in tutta la sua drammaticità.

Questo è il minimo che avrebbe dovuto dire chiunque ha a cuore il fatto cristiano.



giovedì 1 febbraio 2018

Né schiavo né libero

In un articolo tratto da "Econopoly" del Sole24Ore possiamo leggere una proposta che sembra pura fantasia. L'autore Enrico Verga propone il riconoscimento legale della schiavitù, dato che ormai di fatto esiste poiché nelle condizioni attuali, con salari sempre più bassi e richieste di prestazioni sempre maggiori, i lavoratori di oggi e in particolare le partite IVA sono di fatto degli schiavi.
Questi alcuni delle frasi più salienti.

"La schiavitù è spesso vista con un’accezione negativa. Tuttavia si può notare come una larga parte della storia dell’umanità abbia visto regni, imperi e persino nazioni democratiche (con un sistema di elezioni popolari come gli stati americani) utilizzare gli schiavi per differenti mansioni e ruoli."
"Con questo panorama legale e contrattuale già si può evincere un potenziale scenario di schiavitù laddove non sia presente un contratto normato e ben strutturato. Di fatto si può suggerire che già oggi, in Italia, le partite IVA siano sottoposte a rischio di schiavitù."
"Perché, quindi, non si può valutare, nei programmi politici delle incombenti elezioni, una proposta di legge per re-instaurare l’istituto della schiavitù? Fatti due conti veloci alcuni milioni di neo-schiavi potrebbero essere interessati ad un programma che possa migliorare le loro condizioni."
"Consideriamo alcuni vantaggi prendendo, ad esempio, come matrice di partenza l’impero romano. Uno schiavo aveva diritto a un alloggio, cure mediche, vitto. Molti schiavi ricevevano formazione. Anche oggi i costi della formazione coperti dal padrone sono sicuramente un asset per il dipendente-schiavo. Ovviamente lo schiavo dovrà concedere la sua totale disponibilità..."
Ma cosa è davvero la schiavitù? Si tratta solo di una condizione lavorativa, all'interno di un certo quadro sociale? Si tratta solo di stipendi bassi e di servizi sociali scadenti quando non assenti? No, decisamente non è così. Quanti di noi sono schiavi delle proprie manie, delle proprie abitudini, dei propri pregiudizi e pure di qualche vizietto?

La schiavitù vera è quella del peccato. La schiavitù è riconoscere il bene, volerlo fare e poi ritrovarsi a fare il male. Ma come uscire da questa schiavitù, che in fondo alberga nel cuore di ogni uomo?

"Non c'è qui né Giudeo né Greco; non c'è né schiavo né libero; non c'è né maschio né femmina; perché voi tutti siete uno in Cristo Gesù." (Galati 3,28).
L'unica liberazione, al di là degli schemi come schiavo-libero che fanno comodo al potere di turno, viene dall'unione con Cristo. E da questa unione nasce la vera liberazione, che non è la falsa libertà del mondo, quella "libertà di fare tutto quello che voglio" che è pura utopia e che non tiene conto della verità dell'uomo.
Questa è la seconda grande parola, senza la quale non si capisce nemmeno la libertà: la verità.

"Se osserverete i miei comandamenti, sarete veramente miei discepoli, conoscerete la verità e la verità vi farà liberi" (Gv 8, 31-32).
Questa è l'unica liberazione, che il cuore di ogni uomo attende.


martedì 16 gennaio 2018

Una Presenza sempre più evidente


Il dato è chiaro. Non c'è Gesù, non c'è alcuna adorazione, ci sono solo volti smarriti e una luce artificiale.
Nella "scuola di comunità" (le virgolette sono d'obbligo, visto che per tanti è solo una trasmissione via satellite e non una partecipazione personale ad un incontro, dove poter interloquire...) del 20 dicembre 2017, il cui testo è pubblicato sul sito di CL, il tema del volantone di Natale è ripreso nell'ultimo intervento.
L'intervenuto ha manifestato il suo "malessere" perché di fronte al volantone
"...ho sentito anche miei amici riprendere questa obiezione quasi in modo incattivito, dicendo:«In effetti, è il Volantone di Natale e non c’è Gesù»".
Come al solito, anche in un mondo di sonnambuli non tutti dormono: è come se avessero degli incubi.
E poi ha proseguito dicendo:
"Durante un dialogo su questo tema, sono sobbalzato sulla sedia e ho detto: «Ma come non c’è Gesù?! Ragazzi, guardatelo! Se in quel Volantone non c’è Gesù, Gesù non c’è neanche nella tua famiglia, nel tuo lavoro, nel tuo gruppo di Fraternità, non c’è neanche qui stasera tra di noi. Se in quel Volantone non c’è Gesù, Gesù non c’è da nessuna parte!».
Qui ha letteralmente ragione. Se questo è il manifesto dei cristiani, allora Gesù non c'è. E questo manifesto è il manifesto dell'ateismo (dei cristiani di fatto diventati atei), o forse di quell'agnosticismo che presuppone e conduce all'ateismo. Lo presuppone perché presuppone che sia comprensibile e reale solo ciò che si vede, ciò che è sotto il dominio dei cinque sensi: ciò ch enon si tocca, che non è misurabile, non c'è (ateismo materialista). E vi conduce, perché non si vede e quindi non c'è (Gesù).

Ora, siccome, la Sua Presenza non dipende da un volantone eventualmente sbagliato, l'unica cosa che rimane da capire è a cosa ci educa un simile volantone.

Anche qui l'intervento è illuminante:
"Mi sembra che se noi abbiamo bisogno necessariamente che ci sia, per esempio, un quadro di Giotto per dire che nel Volantone c’è Gesù, allora vuol dire che Gesù in realtà non è qualcosa che accade nella nostra vita, nelle cose materiali della nostra vita, non è un compagno tangibile in ogni singolo minuto della nostra giornata, ma è una cosa sacrissima, ma lontanissima da noi."
Chi sceglie una certa immagine per il volantone, di fatto esprime una preferenza. Anche lui sa bene che la Sua Presenza non è data da un volantone azzeccato. E chi critica una certa immagine, anche lui sa bene che la Sua Presenza non dipende da un volantone sbagliato. Quello che si critica è proprio questa preferenza rispetto ad un'altra, per esempio un quadro di Giotto.
In altre parole, non c'è alcuna "necessità" del volantone. Può essere uno strumento utile, ma il mondo e il cristianesimo sono andati avanti per un paio di millenni senza volantoni.
Quindi accusare chi critica di avere "bisogno necessariamente che ci sia, per esempio, un quadro di Giotto" è un modo per fare un processo alle (eventuali) intenzioni e un ragionamento che tenta di scavalcare la questione della scelta fatta e la butta sulla introspezione psicologica di chi ha un pensiero. Anzi, qualcuno a questo punto dovrebbe spiegare perché ha "bisogno necessariamente di togliere Gesù" per ricordarci che Gesù c'è.

E come sempre accade in questi casi, ciò di cui si accusa è ciò di cui si è vittima: "...allora vuol dire che Gesù in realtà non è qualcosa che accade nella nostra vita, nelle cose materiali della nostra vita, non è un compagno tangibile in ogni singolo minuto della nostra giornata, ma è una cosa sacrissima, ma lontanissima da noi".
Questo è il livello educativo vero del volantone: quello potrebbe essere benissimo il manifesto di una qualsiasi ONG, di un gruppo (che so) buddista, di una associazione per i diritti umani, di un gruppo di adoratori di ceneri di un passato che non c'è più. E l'educazione sottilmente proposta è quella o dell'autoconvincimento delirante ("Gesù c'è, lo so che c'è, anche se non si vede") o della deviazione sentimentale ("Gesù non si vede, però c'è perché lo sento").

Verrebbe da dire con una battuta che Gesù non sa di tutti questi ragionamenti astrusi e rimane vicinissimo a noi.
Invece no, non è così: Gesù lo sa, soffre nel vedere questa umanità smarrita e ogni giorno risale in croce. E quello che diffonde il cristianesimo nel mondo è la commozione generata dalla Sua Presenza reale, qui ed ora, mentre io scrivo.
E mentre tu leggi.
La commozione di una Presenza evidente: sempre più evidente. Soprattutto in mezzo alla tempesta.

domenica 20 agosto 2017

Dopo gli attentati: la perdita del centro



Inizia il Meeting di Rimini, ma l'argomento dominante in questi giorni è ovviamente quello del terrorismo, quello dell'attentato in Spagna. E per chi ha a cuore la storia e il carisma del movimento, una evidenza salta agli occhi dopo la lettura del comunicato stampa di Comunione e Liberazione relativa all'attentato in Spagna: la perdita del centro.

E tale evidenza richiama alla memoria qualcosa che appartiene alla storia del Meeting: la mostra dell'edizione del 1998 suscitata dalla lettura del libro "La perdita del centro" di Hans Sedlmayr e intitolata appunto "La perdita del centro", un libro di arte nel quale viene posto l'accento sulla crisi dell'uomo moderno.
La lettura del comunicato stampa di CL ha suscitato in me immediatamente tre riflessioni.

La prima è l'origine del volantino, cioè "Comunione e Liberazione di Spagna". Come se gli eventi si riferissero ad un fatto locale, solo spagnolo. Nulla di nuovo rispetto alle posizioni recenti, perché anche nel caso dell'attentato a Manchester, il relativo comunicato stampa era firmato "Communion and Liberation UK". Anche questo diffuso sul sito ufficiale in tutte le lingue. Insomma, al centro di CL, se c'è qualcosa, ormai vige la regola del silenzio. Ormai ci sono soltanto le comunità locali.
Peraltro sarei felice di questa svolta, se però fosse accompagnata dalla consapevolezza di questa svolta. Comunque le eccezioni ci sono. Per le ultime elezioni (nemmeno politiche, ma amministrative) il volantino c'è stato, il volantino di CL e basta, non di una comunità locale. Ma anche questo, come quelli locali, ripetuto in tutte le lingue, come se le elezioni amministrative italiane fossero un fatto internazionale. Di fatto, con la perdita del centro, abbiamo semplicemente un centro che, forse per NON dare l'impressione di non esistere più, fa da eco ai commenti locali. E senza nemmeno porsi il problema se il commento proposto abbia rilevanza locale oppure no.
Anzi, in prospettiva inizia pure a porsi un altro problema: perché CL Spagna e UK si presentano come comunità locali, mentre CL Italia no. CL Italia, stando alle firme dei volantini, è CL e basta.

Seconda riflessione.
Una prima conseguenza evidente è l'insignificanza del contenuto, al di là delle belle parole. L'insignificanza in particolare rispetto ai fatti precisi da cui il volantino prende spunto. La cosa è resa evidente dal fatto che si potrebbe prendere il testo di commento dell'attentato di Manchester e, a parte le prime tre righe, ricopiarlo come testo di commento per l'attentato a Barcellona. Possibile che la realtà non detti nulla di nuovo rispetto a quanto già prima si poteva commentare?
Io capisco che non si abbia uno sguardo complessivo sulla realtà: probabilmente una comunità locale ha più difficoltà ad avere uno sguardo totalizzante sulla realtà.
Conseguenza evidente della perdita del centro.

Terza riflessione.
Ciò che manca in questo volantino ci dice molte cose. E sono due le mancanze clamorose.
La prima è la totale assenza della parola Islam e di qualsiasi suo derivato. La seconda è la mancanza di una qualsiasi parola di pietà per i terroristi. Anzi, di qualsiasi citazione per i terroristi. Questo modo di non considerare la realtà secondo la totalità dei suoi fattori diventa anche un modo sottile di non usare la parola "islamico", visto che ne manca l'occasione.
Io posso essere d'accordo (senza dogmi e con prudenza) con chi afferma che questi attentati hanno molto poco di islamico, a iniziare dai suoi autori, dagli attentatori. Però se se si vuole negare che abbiano una natura islamica (o religiosa di qualsiasi tipo), bisogna pure dire allora che natura hanno, che origine hanno. Perché indubbiamente hanno una origine mediorientale piuttosto complessa, come lascia anche intendere un recente interessante articolo di Blondet.
E bisognerebbe capire cosa vuol dire Netanyahu quando afferma che minando i rapporti con Israele la UE sta "minando la propria sicurezza" e che occorre "non minare un paese occidentale che difende i valori europei e gli interessi europei e impedisce un’altra migrazione di massa in Europa".
Quindi bisognerebbe imparare a legare il problema del terrorismo islamico (o mascherato da islamico, che dir si voglia) con quello dell'immigrazione. E legare questi in un giudizio. E legare questi con le intense attività della CIA in Medio Oriente, e legare tutto ciò con gli interessi di diversi grandi paesi arabi e con quelli, in contrasto o in opposizione, di Israele.

Qui non è una questione di nichilismo. Qui la questione è la volontà omicida delle potenze mondiali (politiche e/o finanziarie) che arriva nel concreto non solo ad ammazzare gente inerme, cittadini qualsiasi: ma arriva ad ammazzare anche tutti gli attentatori. Infatti tutti gli attentatori, dal fatidico 11 settembre 2001 ad oggi, sono TUTTI MORTI, non c'è un solo sopravvissuto, nemmeno un solo catturato. Forse li ammazzano tutti perché così non possono parlare. E magari spiegare come si sono organizzati, come hanno fatto, chi li ha addestrati, chi ha suggerito il piano, ecc.
E forse, ipotizzo, si spiega perché finora non ci sono stati attentatori in Italia: perché le nostre forze dell'ordine non li ammazzerebbero. Tenterebbero una cattura.

Un giudizio su tutti questi argomenti potrebbe veramente aiutare a comprendere la natura malvagia del potere che oggi governa il mondo, ben oltre i giochini della politica. E potrebbe essere uno spunto utile per pregare, davvero intensamente, per le sorti dell'umanità intera.


giovedì 17 agosto 2017

Migranti, uomini (come noi) senza patria

Viviamo in tempi di grande confusione. E questa confusione si vede, in questo periodo, soprattutto nei giudizi che riguardano il complesso tema dei migranti. Un tema sul quale come popolo non siamo stati aiutati a giudicare, perché quando già era una realtà imponente il problema è stato ignorato, il tema è stato rimosso.
Ora che invece molti nella popolazione ne hanno fatto esperienza e per lo più si tratta di esperienze negative, la realtà ci impone un giudizio: un giudizio che viene continuamente sollecitato dagli stessi media che ora ci riportano con insistenza, anzi enfatizzano, le situazioni problematiche e negative. Ma sono gli stessi media che prima hanno taciuto e che ora, poiché in qualche modo devono tirare su la tiratura delle copie e l'indice degli ascolti - come al solito, il positivo che con fatica cresce attira meno del negativo che irrompe - ci urgono un giudizio senza prima averci dato gli strumenti per giudicare.

Ora io qui mi permetto di affrontare questo delicato argomento non perché mi ritenga un esperto della materia, ma perché la confusione è tale che si sono smarriti gli elementi fondamentali per arrivare ad un primo giudizio, quegli elementi che sono ancora alla portata di tutti e dai quali non si può prescindere. Insomma, sono tempi nei quali, per ora culturalmente, occorre sguainare le spade per difendere l'ovvio. Occorre avere il coraggio (perché il giudizio è sempre un rischio) di ridire l'ovvio contro la menzogna oggi dominante.

La prima cosa ovvia da ribadire è quella affermata dalla Chiesa: se si riconosce un diritto ad emigrare, occorre però riconoscere un diritto ancora più grande, il diritto a non emigrare. Cioè il diritto ad essere aiutati a trovare nel proprio paese d'origine quelle condizioni fondamentali per una vita dignitosa.
Questa è la parte che ovviamente i media hanno più accuratamente nascosto perché è quella dove sono più evidenti le gravissime responsabilità dei governi occidentali, che in questi decenni non hanno fatto altro che destabilizzare tanti paesi nel mondo, vendendo armi e sfruttando le risorse, fino a creare una ondata migratoria che oggi ha assunto proporzioni epocali. Tutto questo governato da una sola ideologia, quella del profitto e del potere. E ora di questa situazione non si vede la via d'uscita perché proprio l'ondata migratoria sta creando nuovi affari: dal traffico di esseri umani infatti si sta alimentando anche il traffico di organi, la materia prima per il traffico della prostituzione e infine il disastro sociale che consentirà alle strutture finanziarie più forti di acquisire a prezzi stracciati le migliori aziende.
In altre parole, vogliono (soprattutto a noi italiani) farci diventare un paese del terzo mondo proprio per sfruttarci, come si fa con un paese del terzo mondo.
Finché non si pone mano a questo problema, anche rompendo tutte le alleanze diaboliche che non tengono conto del bene delle popolazioni del terzo mondo, ogni tentativo di soluzione è destinato a fallire miseramente. Le decine di migliaia di profughi sono oggi diventate centinaia di migliaia e nel futuro diverranno milioni, spazzando via ogni tentativo illusorio di gestire o governare il fenomeno.

Ovviamente questo compete ad un governo, quindi alla politica. A noi cittadini e cristiani resta il flebile strumento delle elezioni per tentare di indirizzare il governo verso questa posizione.

Ma c'è dell'altro.
Perché da cristiani dobbiamo porci la domanda: chi sono i migranti?
I migranti sono prima di tutto uomini senza patria.
Questa bellissima definizione è letteralmente quella che San Giovanni Paolo II usò nei confronti dei ciellini, nel lontano 1982. E questo è il titolo del libro (con prefazione di Carron), che per i tipi della BUR ha raccolto alcuni interventi di Giussani negli anni 82 e 83. Sono proprio gli anni di cui sono stati recentemente ripubblicati i testi degli esercizi spirituali nel libro "Una strana compagnia".
Come ha raccontato lo stesso Giussani alla Equipe del CLU ad agosto 1982, il Papa una decina di giorni prima lo aveva chiamato per incontrarlo e nel dialogo ad un certo punto aveva osservato: "Voi non avete patria,  perché voi siete inassimilabili a questa società" ("Senza patria", BUR 2008, pag. 86).

Diceva il Gius:
"Ho detto che è un nuovo passo. Il lavoro di questi giorni ci farà compiere un nuovo passo, il primo in senso cosciente, perché il primo in senso incosciente è ciò che ci ha trascinati in questa compagnia, ci ha fatti andare avanti tanti anni, ci ha fatto fare i CP, la CUSL, fi fa fare anche il Meeting di Rimini o il Meeting del Mediterraneo. Ma, dentro a tutto questo, è incosciente ciò che adesso dice essere il primo passo nella comprensione del come mai noi siamo senza patria. Perché, guardate, in fondo in fondo, tutta la nostra attività, da quando è nata Comunione e Liberazione, dal '70, specialmente dal '73, quando abbiamo fatto il famoso Palalido con seimila universitari,, ma con tutta l'attività della CUSL, tutta l'attività di CP, tutti i Meeting di questo mondo, tutte le cooperative, tutta la lotta per le mense, tutto quello che noi facciamo è per avere una patria, è per avere una patria in questo mondo. Non dico che non sia giusto. Dico che lo facciamo per avere una patria e che questa patria noi non l'avremo." (pag. 87-88).

Torniamo un attimo alla questione dei migranti. Due sono le parole che stanno dominando la comunicazione mediatica di questi tempi: accoglienza e integrazione.

Occorre subito dire che l'accoglienza, soprattutto quando salva immediatamente delle vite umane, è un dovere. Ma proprio tenendo conto che il diritto a non migrare è un diritto superiore, occorre anche preparare il rimpatrio di questi disperati, preparando le condizioni adeguate perché possano vivere dignitosamente nel loro paese. Altrimenti un rimpatrio in una situazione peggiore di quella che avrebbero qui sarebbe semplicemente un gesto disumano.

Invece per quanto riguarda l'altro grande termine utilizzato dai media, occorre dire che l'integrazione è una cosa completamente diversa. Prima di tutto occorre che, per l'integrazione, vi sia una reale volontà di integrarsi. Poi, secondo elemento indispensabile, occorre che vi sia un ambiente nel quale integrarsi. Parrebbe scontato, ma non lo è. E proprio nel nostro caso, cioè nel caso della moderna società secolarizzata, questo elemento viene a mancare.

Infatti noi ci troviamo nel pieno di quella società che il sociologo Bauman ha definito con una frase divenuta celebre "una società liquida", cioè una società nella quale "l'unica cosa che permane è il cambiamento e l'unica certezza è che non vi sono certezze".
Proprio questa nostra condizione, che è soprattutto una condizione spirituale prima che sociale, rende di fatto impossibile una qualsiasi integrazione: per poter accettare una integrazione dovremmo infatti essere in qualche modo "integri" noi.

E qui torna decisiva la considerazione che noi, noi cristiani, in particolare noi ciellini, siamo "uomini senza patria". Proprio nella misura in cui saremo coscienti di questo nostro essere "senza patria", proprio noi e solo noi saremo capaci di vera integrazione di chi vive, sicuramente con smarrimento, questa condizione esistenziale. L'occidente moderno infatti può offrire solo una quantità straripante di false certezze, sempre cangianti e sempre apparenti, senza mai un punto di riferimento, un punto di stabilità: in altre parole, senza un solo punto di verità. I media parlano in continuazione di integrazione, senza capire nulla di cosa voglia dire, dopo avere per anni letteralmente "disintegrato" la società civile, cioè letteralmente distrutto ciò che era integro nella società civile.
Non c'è più (e non ci deve essere!) niente di integro nell'occidente modernista; quindi lo stesso è totalmente incapace di integrazione, nonostante qualsiasi illusorio progetto di integrazione solo perché si possiede un documento o un pezzo di carta.
Ma già l'abbiamo capito: il potere continuerà a perpetuare la propria menzogna.

Certo, quello che qui sto prefigurando è un compito immane. Occorre essere integri noi, occorre avere una nostra identità precisa e poi proporre questa identità a chi volesse integrarsi. Ma qui non si tratta di misurare un successo in termini politici o sociali. Si tratta anzitutto di prendere coscienza di un compito. Perché non c'è altra speranza oltre a quella cristiana. Qui il campo di battaglia non è ai confini dello Stato. Il primo campo di battaglia, e pure l'ultimo, è la nostra coscienza.

Occorre ovviamente impegnarsi con la più grande ironia, conoscendo bene i nostri limiti. Ma anche con la più grande decisione, sapendo bene che l'alternativa è la scomparsa dalla storia dell'identità italiana.
La madonna in a Fatima ha affermato che "in Portogallo si conserverà la fede...".
E in Italia?
Come ha detto il card. Caffarra in una lettera ai fedeli ormai 4 anni fa, non ci sarebbe mai perdonato se continuassimo ad essere culturalmente irrilevanti. E non ci sarebbe mai perdonato perché il perdono è materia di fede e perché l'impegno culturale, cioè l'impegno a far emergere la verità in tutto il suo splendore, è anch'esso materia di fede.
Come disse San Giovanni Paolo II: "La sintesi tra cultura e fede non è solo un'esigenza della cultura, ma anche della fede... Una fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta".
E tutto l'impegno culturale dev'essere determinato da una precisa coscienza: con esso si forma la coscienza, prima di tutto di chi attua questo impegno.


lunedì 7 agosto 2017

Una Strana Compagnia

Una delle peggiori vacanze della mia vita.
Lo dico sinceramente. Anche se non ci voleva molto, visto che di vacanze in vita mia ne ho fatte davvero poche, da quando tengo famiglia e devo lavorare per arrivare (spesso a stento) a fine mese.
Anche per questo sono arrivato in vacanza in Trentino stanchissimo, quasi esaurito per la stanchezza, soprattutto a causa di un periodo intenso di lavoro e complice pure un viaggio da Roma davvero faticoso (per il traffico e qualche altro intoppo) durato circa nove ore, con una vecchia macchina senza l'aria condizionata.
Arrivato in albergo, ci ho messo un giorno solo per capire dov'ero, stranito dal fatto di non trovarmi davanti ad una scrivania a lavorare al computer. Ho iniziato la vacanza così stanco che ogni mattina ero intontito, quasi come un ebete; rispondevo a stento ai saluti e se c'era un incontro, capivo, ma non riuscivo a connettere. E le passeggiate più semplici sono state per me un piccolo martirio, abituato a tenere le gambe incrociate sotto la scrivania per 10-12 ore al giorno.
Ma non è bastato tutto questo. Il lunedì (quindi il secondo giorno della vacanza) mi hanno chiamato dal lavoro per un grave problema occorso dopo un aggiornamento sul server: la mia applicazione non aveva smesso di funzionare. Un aggiornamento non previsto, non calcolato, a me non comunicato. Insomma, una sorta grosso problema che, ora che ero in ferie, rischiava di diventare un piccolo incubo.
Per fortuna mi ero portato il mio fedele computer portatile: che fortuna, così ho potuto lavorare (seppure ancora stanchissimo) anche in ferie!
Stress pregresso, stanchezza, poi ancora stress per un problema improvviso da risolvere urgentemente, senza potermi godere qualche giorno di ferie. E così ho pure dormito malissimo solo per la stanchezza. Risolto il problema al lavoro in un paio di giorni, è arrivata la notizia di un altro problema grave (stavolta non lavorativo, ma personale). E ho pure passato la nottata quasi in bianco, arrovellandomi inutilmente tra pensieri e preoccupazioni.
Poi ci si sono messi pure gli amici, vedendomi lì sempre seduto al computer nel salone dell'albergo: "visto che sei esperto di informatica, ci dai una mano con le foto delle vacanze?".
Beh, ormai che ci sono...
Così ho passato la mattinata dell'ultimo giorno a scaricare quasi 150 foto dal mio account di Whatsapp e costruire così una sequenza da mostrare durante la festa finale. Alla fine le dita sul mouse erano indolenzite. Nel primo pomeriggio sono andato a riposare, pensando di svegliarmi per le 17 e seguire l'incontro con mons. Negri. Invece niente, mi sono svegliato alle 18 e 30, appena in tempo per la Santa Messa. Poi la cena e alla fine festa e proiezione delle foto.

Eppure...
Solo quel paio di ore della festa hanno cambiato tutto. Mi hanno cambiato dentro. Sono state l'evidenza di un popolo, un piccolissimo popolo, che nonostante tutti i problemi personali (perché di sicuro non sono l'unico!) e tutti i problemi del mondo e tutti gli scandali del mondo (e degli amici, o di quelli che abbiamo considerato amici!) trova l'occasione di gioire, di esser lieti; ma non essere lieti per non pensare ai problemi, per dimenticare, per essere distratti rispetto alla realtà che comunque ci attende inesorabile alla fine delle vacanze.
Una letizia che invece nasceva da una realtà presente, da una speranza presente, da un presentimento del vero percepito e gustato nei volti di quelli presenti alla vacanza. La sera, dopo la festa, sono andato a letto stanco come gli altri giorni.
La mattina seguente invece no. Non ero più stanco, mi sentivo in forma e con l'energia addosso per tornare a casa e cambiare il mondo. Tanto che un paio di amici mi hanno letteralmente detto: "stamattina ti vedo in forma!".

Lo ripeto: è stata la vacanza peggio vissuta tra le poche vacanze che mi sono goduto finora. Una esperienza nuova, in senso negativo.
Ma l'esperienza di questa energia, che mi fa sorgere il desiderio di tornare a casa e cambiare il mondo, questa l'ho già vissuta diverse volte, sempre dopo certe vacanze con certi amici, quelli di una "strana compagnia". Dopo certe vacanze o dopo certi esercizi spirituali. Una compagnia di persone che, in un modo o nell'altro, costantemente ti richiamano a Cristo, costantemente ti richiamano alle sorti della Chiesa e del mondo, senza mai nulla toglierti dei pensieri dei tuoi problemi. Si penserebbe di soffocare. Invece no, non si soffoca, anzi si respira finalmente a pieni polmoni, perché pure i problemi personali sono collocati (finalmente!) nella loro giusta dimensione, cioè come partecipazione ai problemi del mondo, un puntino minuscolo rispetto ai problemi del mondo.
Allora pure i problemi personali acquistano un senso. E tutto acquista un senso. E allora viene voglia di cambiare il mondo: viene addirittura l'energia di cambiare il mondo.
Che "strana compagnia"...

domenica 9 luglio 2017

La ripresa dell'Europa

Sul sito ufficiale di CL ho recentemente trovato un articolo dal titolo "Rassegna CLU - Discorsi sull'Europa".
Il testo proposto riporta le riflessioni di tre autori (Enrico Letta, Antonio Polito e Mattia Feltri) i quali con diverse motivazioni portano in luce la crisi dell'Europa. Poi segue una riflessione che, spiace dirlo, non riesce ad uscire dalla gabbia del pensiero unico moderno e, oltre a criticare in misura diversa i contributi riportati (perché non propongono soluzioni o ne propongono di sproporzionate), più in là non riesce ad andare.
Ne è testimonianza il giudizio riportato riguardo lo sviluppo della crisi: "Non lo sappiamo, nessuno lo sa e può fare attendibili pronostici". E subito prosegue:
"Sappiamo solo che ogni crisi, quanto più è profonda tanto più
costringe a ripartire dal basso, dalle fondamenta umane. Sono certo necessarie le considerazioni e le iniziative politiche, ma è ancor più necessario che nascano uomini che sappiano, come i “fondatori” dell’Europa antichi e recenti, ricostruire".
Qui già il desiderio diventa desiderio impossibile. In fondo si cade nella soluzione sproporzionata, che ha una nefasta conseguenza, perché la soluzione proposta non dipende da me, da noi. Possiamo fare qualcosa noi, in merito a questa necessaria nascita? Come fa un uomo a nascere con delle certezze? Le certezze non si acquisiscono col tempo? Dov'è finita la certezza di cui normalmente sarebbe capace un ciellino, un cristiano? Come si sviluppa?
Il testo conclude così:
"Siamo in università e abbiamo visto, nelle recenti elezioni svoltesi in molti atenei italiani, che molti, insieme a noi, hanno un ideale, una passione per se stessi e per la situazione intorno a loro. Si sono coinvolti non per un tornaconto “politico”, ma per non restare spettatori del mondo, per un desiderio di non lasciarsi scorrere addosso la vita. È un punto di novità. E se accade in università, potrà accadere anche in Europa."
 Cari giovani, che avete circa trent'anni meno di me: anche io ho passato qualche anno all'università, frequentando il movimento e conoscendo una passione per l'ideale. All'epoca però c'era la tendenza a dichiarare questo ideale per quello che era, con semplicità ma anche con la risolutezza tipica di chi è giovane e vuole (o vorrebbe) bruciare le tappe e andare subito al sodo.
Quello che all'epoca poteva sembrare una semplice opzione, oggi, (per fortuna!) non lo è più. Non si può più parlare, dopo tutto quello che è successo (e tutto quello che è successo non è successo invano!) solo di un ideale, una formulazione generica che lascia troppo spazio all'ambiguità e alla confusione oggi dominante. Oggi occorre definirlo per quello che è, con tutta semplicità e chiarezza, cioè un ideale cristiano.
Come si fa, cristianamente, a parlare di Europa e a non ricordare che la Chiesa e il Papa stesso (all'epoca il Santo Karol Wojtyla) fecero pressioni affinché nel prologo della Costituzione fosse inserito un richiamo alle radici cristiane dell'Europa? E che tale richiamo fu invece negato, come se il cristianesimo fosse un corpo estraneo a questa Europa?
E come si fa, cristianamente, a parlare di Europa e non avere nel cuore e nella mente la Dottrina Sociale della Chiesa con i suoi insegnamenti fondamentali? Come si fa a non considerare che il principio di sussidiarietà, insieme alla dignità della persona, al bene comune e al principio di solidarietà, è uno dei quattro cardini della Dottrina Sociale della Chiesa? E come si fa a parlare di Europa senza considerare che la nascita della moneta unica è in clamorosa e totale contraddizione con il principio di sussidiarietà, poiché invece di aiutare le monete nazionali, le ha cancellate?
Io capisco che all'epoca dei fatti molti di voi non eravate nemmeno nati; ma quelli più grandi di voi c'erano: non vi hanno raccontato nulla?
La crisi dell'Europa è niente altro che la crisi di una istituzione umana che ha considerato e considera il cristianesimo come un corpo estraneo: tutto qua. E questa Europa non è un un soggetto isolato, ma è un soggetto concepito e calato in un preciso contesto storico e sociale, con una precisa crisi morale e spirituale e ora anche economica e monetaria, nella quale vi sono degli attori precisi e determinati ad un piano preciso.
In questo determinato contesto questa Europa si è comportata in un modo preciso, assecondando le ricette che altrove hanno deciso (la finanza in generale, ma soprattutto americana) e che già altrove hanno fallito. Questa crisi (morale ed economica) non è una crisi solo di questa Europa, è una crisi di questo mondo, così come oggi è stato costruito: un mondo nel quale in questi dieci anni la crisi economica ha reso più povere miliardi di persone, ma dove i dieci uomini più ricchi del mondo hanno semplicemente raddoppiato la loro ricchezza.
Chi ha voluto questo mondo e questa Europa, non ha oggi titolo per lamentarsi che ci voglia "più politica" o perché "dovevano fare prima l'unione politica e poi quella monetaria", poiché loro hanno voluto precisamente questo (come già dichiarato dal senatore Mario Monti) cioè una unione monetaria fatta prima di quella politica proprio per mettere in crisi la politica. Sul filo di questo ragionamento, proprio il senatore Monti ha affermato (quando ancora era professore) che "le crisi sono per definizione passi in avanti .." perché sono passi in avanti nel loro progetto.
Il vostro richiamo storico al medioevo e all'esperienza benedettina è corretto: manca soltanto un accenno, decisivo, al fatto che l'esperienza benedettina è emersa dopo l'epoca definita "dei barbari" e dopo la caduta di quella grande civiltà che è stata l'impero romano. Una civiltà caduta e scomparsa.
Come si fa a non considerare con la massima serietà la possibilità concretissima che possiamo essere sull'orlo della caduta e della scomparsa della civiltà occidentale?
Cari giovani, gli autori da voi citati e riportati non potevano e non possono avere questo quadro, questi giudizi, perché loro stessi sono tra gli autori di quel pensiero unico per il quale il cristianesimo è un corpo estraneo a questa Europa, a questo mondo moderno (ma non siete riusciti a trovare nessuno altro? Mi offro io!). E la vostra dichiarazione di ignoranza sul futuro dell'Europa è una lineare conseguenza di questo pensiero unico che, anche tra i cristiani, quasi nessuno contrasta.
Non lo contrastiamo, e quindi inevitabilmente poco o tanto lo assorbiamo.
Quasi nessuno però non vuol dire nessuno; nella mia memoria sono scolpite in maniera vivida le parole del card. Caffarra:
"La vicenda culturale dell’Occidente è giunta al suo capolinea: una grande promessa largamente non mantenuta.
I fondamenti sui quali è stata costruita vacillano, perché il paradigma antropologico secondo cui ha voluto coniugare i grandi vissuti umani [per esempio l’organizzazione del lavoro, il sistema educativo, il matrimonio e la famiglia …] è fallito, e ci ha portato dove oggi ci troviamo.
Non è più questione di restaurare un edificio gravemente leso. E’ un nuovo edificio ciò di cui abbiamo bisogno. Non sarà mai perdonato ai cristiani di continuare a essere culturalmente irrilevanti..." (lettera ai fedeli della diocesi, 16 febbraio 2013)
Cari giovani, proprio per questo vi scrivo: siamo nell'epoca della caduta della nostra civiltà; non ci sarà mai perdonato (dai posteri ma soprattutto da Dio), sapendo quello che sappiamo, di continuare ad essere culturalmente irrilevanti.
Della caduta della nostra civiltà ha parlato con grande profondità anche il sociologo MacIntyre nel lontano 1980. Quel testo io l'ho conosciuto grazie ad un volantino del movimento del 1993, riportato nel libro "La Fraternità di Comunione e Liberazione" del 2002, pagina 34-35 in nota. Non a caso anche MacIntyre ha fatto riferimento alla caduta dell'impero romano.
"Un punto di svolta decisivo in quella storia più antica si ebbe quando uomini e donne di buona volontà si distolsero dal compito di puntellare l’imperium romano e smisero di identificare la continuazione della civiltà e della comunità morale con la conservazione di tale imperium. Il compito che invece si prefissero (spesso senza rendersi conto di ciò che stavano facendo) fu la costruzione di nuove forme di comunità entro cui la vita morale potesse essere sostenuta, in modo che sia la civiltà sia la morale avessero la possibilità di sopravvivere all'epoca incipiente di barbarie e di oscurità. Se la mia interpretazione della nostra situazione morale è esatta, dovremmo concludere che da qualche tempo anche noi abbiamo raggiunto questo punto di svolta. Ciò che conta, in questa fase, è la costruzione di forme locali di comunità al cui interno la civiltà e la vita morale e intellettuale possano essere conservate attraverso i nuovi secoli oscuri che già incombono su di noi. E se la tradizione delle virtù è stata in grado di sopravvivere agli orrori dell’ultima età oscura, non siamo del tutto privi di fondamenti per la speranza. Questa volta, però, i barbari non aspettano al di là delle frontiere: ci hanno governato per parecchio tempo. Ed è la nostra inconsapevolezza di questo fatto a costituire parte delle nostre difficoltà. Stiamo aspettando: non Godot, ma un altro San Benedetto, senza dubbio molto diverso". (Dopo la virtù, Alasdair MacIntyre, 1980, pag. 314)
E nel 2006, scrivendo una nuova introduzione alla nuova edizione di quel libro, così scriveva.
"Quando scrissi quella frase conclusiva nel 1980, era mia intenzione suggerire che anche la nostra epoca è un tempo di attesa di nuove e inattese possibilità di rinnovamento. Allo stesso tempo, è un periodo di resistenza prudente e coraggiosa, giusta e temperante nella misura del possibile, nei confronti dell'ordine sociale, economico e politico dominante nella modernità avanzata. Questa era la situazione di ventisei anni fa, e tale ancora oggi rimane." (pag. 26)
Quindi non siamo del tutto privi della speranza.
Ma deve essere una speranza ragionevole. Non che nascano uomini che abbiano "hanno un ideale, una passione per se stessi e per la situazione intorno a loro", perché questo è un sogno pindarico; perché questi uomini siamo noi, dobbiamo essere noi. Gli ideali nascono e si fortificano e divengono ragionevoli fonti di speranza laddove c'è una umanità, una compagnia che sorregge i singoli uomini, proprio quella compagnia di cui anche voi, nel vostro ambiente, fate esperienza. 
Dobbiamo essere noi a iniziare a costruire "nuove forme di comunità", preparandoci ad una "resistenza prudente e coraggiosa, giusta e temperante nella misura del possibile, nei confronti dell'ordine sociale, economico e politico dominante nella modernità avanzata".
A questo ci dobbiamo preparare non perché forse scoppierà una catastrofica guerra, ma perché siamo già in guerra!
SIAMO IN GUERRA, questa dovrebbe essere la nostra costante riflessione e il punto di origine di ogni nostra riflessione. Siamo in guerra, lo ripeto ormai da dieci anni. E non lo dico perché io sia un veggente o un visionario. Pure io mi sono svegliato tardi, perché siamo in guerra da almeno vent'anni.
Siamo in guerra, dovete accettare questo dato di fatto, anche perché loro lo hanno già dichiarato pubblicamente, come ha fatto il noto speculatore miliardario Warrenn Buffett in una intervista del 2006:
"C'è una guerra di classe ma è la mia classe, la classe dei ricchi, che la sta facendo e la stiamo vincendo" ("There’s class warfare, all right, but it’s my class, the rich class, that’s making war, and we’re winning.")
Siamo in guerra, dunque, ma non siamo privi della speranza, soprattutto perché proprio cento anni fa c'è stato detto che comunque vi sarà non una ripresa, non una vittoria, ma letteralmente il trionfo del Cuore Immacolato di Maria.
Avanti dunque, con semplicità ma con determinazione. Questo è il presente che abbiamo e sul quale possiamo iniziare a costruire fin dal piccolo ambito sociale dell'Università, in funzione del trionfo grandioso che ci attende. "A noi la battaglia, a Dio la vittoria!".