Per comprendere meglio i contenuti di questo blog, si consiglia caldamente di leggere le pagine "Le origini di questo blog" e "La missione di questo blog" affinché le considerazioni (critiche) che vengono svolte nei post siano collocate nella giusta ottica e all'interno di una cornice di riferimento adeguata.

lunedì 26 agosto 2019

La deriva protestante e il "noi" scomparso

Così si legge oggi nella prima pagina del sito del Meeting:
"Quello a cui stiamo assistendo nel nostro tempo è qualcosa di nuovo, di inedito: non bastano più le parole abituali per afferrarlo, e le analisi con cui si è cercato per tanto tempo di capire la crisi – o meglio le diverse crisi – del nostro mondo sembrano armi spuntate.
Da un lato una capacità stupefacente di costruire, manipolare e controllare la realtà attraverso un potere tecnologico sempre più diffuso; dall'altro un sempre più profondo smarrimento riguardo al senso per cui ciascuno di noi sta al mondo e alla società che si vuole costruire. E così, paradossalmente, alla potenza della tecnica, che muove ormai l’economia e la politica globali, si accompagna l’impotenza endemica della povertà – povertà di beni e soprattutto di significato – che dilaga nel mondo.
Ma qual è la novità che urge? Essa sta nella realtà più nascosta e apparentemente più scontata, ma al tempo stesso più essenziale e decisiva di tutto il resto: l’io di ciascuno di noi.
È in questa realtà del soggetto umano il punto infuocato del mondo intero, quello da cui dipendono ultimamente tutti i macrofenomeni della storia. Ma la grandezza e l’inquietudine dell’io, in ciascuno di noi, sta nella sua autocoscienza, nella possibilità – sempre aperta – di cercare e di scoprire ciò per cui vale la pena vivere e costruire. Qui sta il punto d’appoggio per vivere tutto..."

Rimane difficile per tutti ammettere di aver sbagliato, di non aver capito. Però se quando si cerca di ammetterlo si usano frasi a dir poco "fumose" si rischia di far più danno di prima. Inoltre se si afferma che "le analisi... sembrano armi spuntate" si da la sensazione di incertezza, di aver capito che le analisi sono sbagliate ma ancora non si è capito perché: in fin dei conti si da l'impressione di proporre l'ennesima analisi sbagliata.

Poi si propone il solito schemino della potenza tecnica e tecnologica e della corrispondente debolezza spirituale, uno schemino interpretativo valido per almeno gli ultimi 100 anni.

Infine la frase fatidica.
Ma qual'è la novità che urge? ... l'io di ciascuno di noi.
Intanto è facile notare che il "noi" non è un termine sconosciuto. Potevano scrivere "l'io" e il senso della frase non sarebbe cambiato. In fondo qui il "noi" è del tutto accessorio, una circostanza quasi casuale. Infatti nello sviluppo della riflessione successiva questo prende in considerazione solo l'io, mentre il noi non c'è più, non è da considerare, tutto è catalizzato e preso e compreso nell'io: Qui sta il punto d'appoggio per vivere tutto.

Quando ho iniziato da giovane a leggere la Bibbia da solo, la cosa che più mi ha colpito è che Dio non si occupa di salvare l'uomo, il singolo uomo, ma il popolo, il suo popolo. Di fronte a Dio c'è il suo popolo. La fede è la fede del popolo. Solo all'interno del popolo il singolo assume un valore e il suo valore è sempre in funzione del popolo. Tanto è vero che pure i Comandamenti, a parte i primi tre che riguardano direttamente la relazione con Dio, tutti gli altri pongono dei limiti alle relazioni tra gli uomini e sono stati la sorgente, nel popolo di Israele, di tutto il diritto.
Lo diciamo pure noi durante la Santa messa: "Questa è la nostra fede, questa è la fede della Chiesa...". La nostra fede, non la mia fede.

Se si oblitera il "noi" come soggetto di esperienza della fede, le conseguenze sono gravissime e la prima a rimetterci è la Chiesa in quanto "noi" credenti. Proprio a partire da queste considerazioni è nata l'eresia protestante, che ha ridotto il rapporto uomo-Dio ad un rapporto solo personale, con l'esclusione di qualsiasi mediazione.

Per concludere, la frase andrebbe capovolta: Ma qual'è la novità che urge? Il noi di ciascun io.
Il noi, cioè la coscienza che siamo perché apparteniamo, siamo collocati in un ambiente umano, in una famiglia, in una comunità. La cosa che più urge oggi è la coscienza che l'uomo non è solo, l'uomo per sua natura è un essere relazionale che si sviluppa e matura nella relazione. L'uomo non in relazione è per definizione un alienato, un estraneo a se stesso. L'attacco alla famiglia come istituzione naturale è precisamente l'attacco all'uomo nella sua radice, nella sua natura di essere relazionale.
Paradossalmente, con una affermazione del genere, che pone in risalto il noi prima dell'io e quindi la necessità di considerare il prossimo come parte di me, si potrebbe rafforzare decisamente la narrativa dell'accoglienza che oggi sembra tanto appassionare tanta parte della Chiesa.
Invece al contrario, nella definizione proposta dal Meeting e oggi tanto in voga in CL, l'io è al centro di tutto, è il "punto d'appoggio per vivere tutto" e l'altro, il prossimo, rimane un estraneo.

Ma su questa strada, anche l'io rimane un estraneo. Infatti anche Gesù, l'unico capace di dare senso alla mia vita, è radicalmente altro da me. E questa centralità  dell'io può farmi conoscere Gesù solo nelle limitate interazioni del mio io.
Qui le strade possono essere due. O Cristo rimane in fondo un grande ignoto. Oppure viene definito per quello che io capisco, cioè in modo molto molto limitato, a mia immagine o immaginazione, secondo il mio comodo.
In fondo, il "Gesù comodo", il "Gesù buono" che evita ogni divisione e ogni contrasto, che sottace la Verità per non creare contrasti, è il grande dittatore dei nostri tempi. Non un dittatore visibile, ma il dittatore delle nostre coscienze intorpidite, tanto intorpidite da non accorgersi di questa dittatura.

Però una differenza visibile e misurabile c'è. I cristiani che non sono intorpiditi sono anche inquieti, sono polemici, sono oppositivi, sono divisivi.
E, soprattutto, si riconoscono dai frutti.


sabato 27 luglio 2019

CL preferisce salvare gli assassini

"Il gruppo di CL cui appartenevano sia la vittima sia l'imputato ha preferito salvare un barbaro assassino che una vergine accoltellata".
Queste, secondo un articolo del Giornale, le parole precise di un magistrato, pronunciate in un'aula di giustizia.

Le parole sono state pronunciate nell'aula della Corte d'assise d'appello nel processo relativo all'omicidio di Lidia Macchi, diciottenne seguace del movimento di Comunione e Liberazione, avvenuto nella notte tra il 5 e il 6 gennaio 1987. Un omicidio efferato, ben ventotto coltellate.

Le parole sono state pronunciate dal sostituto pg Gemma Gualdi, la quale aveva ha sostenuto l’accusa in primo e secondo grado.

C'è molto da dire su questa vicenda, ma è già stato detto tantissimo e pure piuttosto bene, per esempio in questo ottimo pezzo su Tempi. Per riassumere in poche parole: un caso giudiziario diventato un esercizio di persecuzione e di pregiudizio nei confronti di una realtà, quella di Comunione e Liberazione, che allora dava fastidio ai poteri costituiti. Una persecuzione che dopo oltre trent'anni non è finita, perché la sola nostra esistenza è motivo sufficiente di persecuzione.

Una persecuzione che ha avuto dei momenti di parossismo, per esempio quando l'accusa accusò di falsa testimonianza un testimone, che scagionava l'innocente Stefano Binda perché con lui in vacanza la notte dell'omicidio. O per esempio quando i magistrati che verranno in seguito severamente biasimati e pesantemente condannati dal Csm per aver indagato non rispettando la legge, male e in un’unica direzione (preti e amici di Cl della vittima), per cui, come atto preliminare, in sede di avocazione dell’inchiesta, nel 2013, la Procura generale di Milano dovrà compiere l’atto ufficiale di aprire formalmente l’inchiesta a carico del sacerdote e, contestualmente, chiuderla immediatamente per mancanza di prove.

Devo dire che non mi aspetto, dopo questa dichiarazione di un magistrato, alcuna dichiarazione da parte di CL. La CL di oggi preferisce non esporsi pubblicamente, preferisce non essere visibile, preferisce non esprimere giudizi. Mi aspettavo invece una qualche reazione di qualche altro soggetto isolato. Una reazione che c'è stata, ma dal tono completamente sbagliato.

Dispiace perché tante volte ho apprezzato gli scritti di Luigi Amicone e gli interventi puntuali della rivista Tempi. Ma stavolta non ci siamo proprio. Mi pare che l'articolo in questione abbia proprio mancato il bersaglio.

Intanto partiamo dal punto focale, imprescindibile per l'ottica cristiana. Lidia Macchi oggi è viva e, a Dio piacendo, gode di beatitudine infinita nel Regno dei Cieli. CL preferirebbe salvare un barbaro assassino? Si, certo. Proprio come insegna da sempre la Chiesa e proprio come ha insegnato Gesù stesso, per esempio con la parabola del pastore che cerca la pecorella smarrita e poi della donna che cerca la moneta smarrita.

Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano: «Costui riceve i peccatori e mangia con loro». Allora egli disse loro questa parabola: «Chi di voi se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va dietro a quella perduta, finché non la ritrova? Ritrovatala, se la mette in spalla tutto contento, va a casa, chiama gli amici e i vicini dicendo: Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora che era perduta. Così, vi dico, ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione.
O quale donna, se ha dieci dramme e ne perde una, non accende la lucerna e spazza la casa e cerca attentamente finché non la ritrova? E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, dicendo: Rallegratevi con me, perché ho ritrovato la dramma che avevo perduta. Così, vi dico, c'è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte».
(Lc 15, 1-10)
Ancora oggi, dopo duemila anni, lo scandalo della ricerca e del recupero della feccia dell'umanità è insopportabile per l'ideologia modernista oggi dominante. Una ideologia così pervasiva e martellante che anche chi ha fede rischia ogni momento di assorbirla e di usarla come misura di giudizio.




giovedì 25 luglio 2019

Il mistero dell'uomo

Il vangelo di domenica 21 luglio richiamano alla responsabilità umana, al suo livello più profondo.
Oggi viviamo in un'epoca nella quale domina il relativismo, cioè il pre-giudizio che probabilmente una verità non c'è, ma anche ci fosse non abbiamo i criteri per riconoscerla e quindi essa rimane comunque inconoscibile.

La conseguenza ovvia è il disimpegno.
Per cosa impegnarsi, infatti?
Per il bene?
E cosa è il bene? Qual'è il bene, per me o per il prossimo?
Se non c'è nessuna verità, come faccio a sapere il bene?

Ma quando un bene oggettivo è presente, non si fanno calcoli: allora ci si rende operativi, facendo l'utile ed il possibile, secondo le proprie capacità.
Anche questo atteggiamento propositivo e operativo rischia però di essere ingannevole, rischia di essere l'atteggiamento "buonista" di chi non si preoccupa di conoscere il bene e ritiene di fare il "bene" e di far coincidere il "bene" con quello che fa.

Al contrario, qualsiasi cosa si faccia, la ricerca del bene rimane sempre una responsabilità cruciale. Questo secondo me è il senso profondo della risposta di Gesù a Marta, la quale, impegnata nelle faccende domestiche, si lamentava con Gesù che Maria non le desse un aiuto e "perdesse" il tempo ad ascoltarlo.
Il cuore del problema di Marta non era il suo impegnarsi nelle faccende domestiche, certamente utili e necessarie. Il cuore del problema è che quello per lei fosse lo spunto per lamentarsi della presunta inazione altrui.

Il richiamo di Gesù è invece alla ricerca del "bene", definito come l'unica cosa necessaria, perché l'azione senza ricerca del bene è una illusione di bene. E il "bene" di ciascuno è Cristo stesso, lui presente nell'intimo di ciascuno di noi come afferma San Paolo nella seconda lettura dello stesso giorno. "il mistero nascosto da secoli e da generazioni, ma ora manifestato ai suoi santi. A loro Dio volle far conoscere la gloriosa ricchezza di questo mistero in mezzo alle genti: Cristo in voi, speranza della gloria". (Col 1, 25-28).

Il bene è nell'intimo di ogni uomo, è il mistero nascosto nell'intimo di ogni uomo: Cristo in noi, la speranza della gloria.

domenica 14 luglio 2019

La menzogna sul "prossimo"

Sono diversi mesi che non scrivo, preso dalla frenesia della vita quotidiana e dalla difficoltà di trovare il tempo per riflettere un attimo. Ma ci sono momenti che sono come una scossa, per cui ci si deve fermare e si deve scrivere una riflessione.

L'occasione questa volta è un tema che mi è caro, tanto più che da vent'anni sento ripetere quella che secondo me è una interpretazione completamente sbagliata del vangelo di oggi.

Il brano di vangelo in questione è quello della celebre parabola del "buon samaritano" (Lc 10, 25-37) e proprio perché celebre mi sembra ancor più incredibile che si continui con questa interpretazione sbagliata. Eppure l'interpretazione è semplice, perché lo stesso Gesù parla chiaro.
L'equivoco può nascere perché alla fine del brano Gesù afferma "Va' e anche tu fa' lo stesso". Ma tutto il tema della parabola è la risposta alla domanda iniziale del dottore della Legge: "E chi è il mio prossimo?". Se si scollega la parabola da questa domanda si potrebbe accusare Gesù di essere stato evasivo e di non aver risposto. Invece proprio alla fine la parabola si conclude con il chiaro riferimento alla domanda iniziale: "Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti? Quello rispose: Chi ha avuto compassione di lui. Gesù rispose: Va' e anche tu fa' lo stesso".

Il sottinteso, che non viene colto da chi sbaglia l'interpretazione, è che chi è caduto nelle mani dei briganti alla fine amerà il samaritano. Quello è il suo prossimo. E quello Gesù invita ad amare. Invita ad amare non chi appartiene al tuo popolo, non il levita (il ministro del tempio), ma lo straniero, l'eretico secondo i giudei, che però si è preso cura di lui. E questo è il messaggio di questa parabola, straordinariamente rivoluzionario per la mentalità dell'epoca.

Invece si assiste alle solite omelie "buoniste", di quelle che inneggiano alla cura dei poveri/stranieri/migranti perché quelli sono il nostro prossimo, senza alcun riguardo e alcuna considerazione su cosa abbiano fatto e su cosa abbiano intenzione di fare. Ma con questo messaggio buonista la parabola perde ogni significato rivoluzionario e ogni carica esplosiva. Così non c'è nemmeno bisogno di credere in Dio.

Ed è quello che, non a caso, ha affermato proprio oggi Papa Francesco, prima della recita dell'Angelus: "anche uno che non conosce il vero Dio e non frequenta il suo tempio, è capace di comportarsi secondo la sua volontà, provando compassione per il fratello bisognoso e soccorrendolo con tutti i mezzi a sua disposizione".
Il piccolo problema è che con questa interpretazione il buon samaritano diventa il protagonista della parabola e l'uomo aggredito diventa il prossimo: "Gesù, dunque, propone come modello il samaritano, proprio uno che non aveva fede! Anche noi pensiamo a tanta gente che conosciamo, forse agnostica, che fa del bene. Gesù sceglie come modello uno che non era un uomo di fede. E questo uomo, che amando il fratello come sé stesso, dimostra di amare Dio con tutto il cuore e con tutte le forze – il Dio che non conosceva! -, ed esprime nello stesso tempo vera religiosità e piena umanità" (Papa Francesco).
Ma questo è esattamente l'opposto di quanto dice il Vangelo. Il protagonista della parabola è l'uomo aggredito e il suo prossimo, quello che è invitato ad amare, è il buon samaritano, quello che si prende cura di lui.

sabato 4 maggio 2019

Non è Francesco?

Dopo la lettera aperta nella quale si contestano a Bergoglio l'accusa di eresia, sarà sempre più difficile per la gerarchia nascondersi. Dovranno prendere una posizione. Dovranno dare una risposta.
La devono dare prima di tutto a noi laici.
E noi laici abbiamo ormai il dovere di incalzarli, di chiedere una risposta. E di chiedere un conseguente comportamento, di chiedere una conseguente esposizione su questo fatto di inaudita gravità.

Personalmente, rimango completamente convinto dell'opinione che il Conclave 2013 sia nullo e quindi sia sostanzialmente nullo tutto ciò che ne è conseguito.
Però io sono solo un laico, che liberamente esprime la sua opinione e nulla più, perché nulla più posso fare e nulla più mi consente il mio stato.

Ma un Vescovo, un Cardinale hanno il diritto e il dovere di chiedere al Vescovo di Roma di "confermare i fratelli nella fede" perché quello è il suo compito, o di confermare la sua eresia.

Il punto però è: che succede poi? Che succede se, come altamente probabile, non dovesse rispondere e comunque non abbandonasse il soglio di Pietro?
Nulla. Occorrerebbe attendere il successore per avere forse una risposta.

Mi pare che invece la situazione cambi radicalmente se il Conclave 2013 venisse dichiarato nullo da uno qualsiasi dei cardinali partecipanti. Un conclave nullo è semplicemente un conclave non fatto.
Sarebbe da fare, con la massima urgenza, un nuovo conclave.
E in mancanza di altri, basterebbero due cardinali.

martedì 31 luglio 2018

Il miracolo più grande: l'unità

Carissimo Massimiliano (mi permetto di darti del tu, anche se non ci conosciamo),
il tuo intervento di due giorni fa merita una considerazione ed un approfondimento maggiore di quello che può permettere una risposta su Facebook. E merita una risposta perché arriva ad un punto nevralgico della questione: come perseguire e ottenere (o riottenere) quella unità che ha permesso la realizzazione di meravigliosi eventi come quelli del Family Day?
Mi permetto di dire che a me pare evidente, così come mi è parso evidente l'origine dei problemi di questi ultimi due anni. Ovviamente non sono più intelligente degli altri ad aver visto questo difetto di origine: come al solito siamo tutti bravissimi a vedere la pagliuzza negli occhi degli altri e non il trave nel nostro occhio.

Il "difetto originario" è stato quello di considerare gli eventi del Family Day come un fatto normale, come il risveglio di un popolo finora addormentato o incapace di uscire dal guscio, magari con l'occasione giusta e per le motivazioni giuste (i valori non negoziabili!), invece che un eccezionale MIRACOLO!

Travolti dall'entusiasmo di quanto era accaduto (addirittura due eventi eccezionali nel giro di sei mesi, con una partecipazione crescente!) tutti si sono illusi che il miracolo dell'unità fosse un dato ormai assodato, scontato, ripetibile a piacimento senza particolari difficoltà.
Tutti si sono dimenticati che l'unità è un miracolo di Dio così grande che persino Gesù prega il Padre affinché quelli che crederanno in lui "siano uno" (Gv, cap. 17). E l'invito all'unità percorre tutti gli scritti cristiani ("non c'è più giudeo o greco, schiavo o libero, uomo o donna...") perché la condizione normale del cristiano è la divisione. Dal tempo dei discepoli, che si dicevano "io sono di Paolo" o "io sono di Pietro", la storia cristiana è tutta attraversata da divisioni a volte laceranti.

Ma come nasce la divisione? E come si realizza "facilmente" il miracolo dell'unità? Basta guardare in faccia ai fatti, agli episodi, del nostro tempo e pure del tempo di Gesù. Quando il popolo ha fame e Gesù lo sfama con la moltiplicazione dei pani e dei pesci, non c'è alcuna divisione, non c'è alcuna organizzazione e tutto si svolge nella più semplice armonia. Quando c'è la fame, la miseria, la sofferenza allora siamo tutti uniti "facilmente" dalla stessa condizione umana ed esistenziale.

La divisione nasce quando l'uomo viene impegnato nel giudizio. Fin dal tempo di Gesù, quando annunciava la necessità di mangiare la sua carne e bere il suo sangue per avere la vita. Quelli intelligenti se ne vanno: e quelli che rimangono non sono più intelligenti, semplicemente sono quelli che ammettono la loro ignoranza. Ma Gesù disprezza e vuol perdere i più intelligenti? Gesù ama e predilige solo i fanatici e gli stolti? Assolutamente no, ovviamente no. Gesù stesso provoca il giudizio umano, ma invita chiaramente a non fermarsi ad esso, invita a mantenere il giudizio ma a non farsi bloccare da questo. Soprattutto il giudizio differente non può e non deve impedire l'unità.

La politica è divisiva? No, la vita è divisiva e l'esempio più clamoroso sono proprio i cristiani (cattolici, ortodossi e protestanti). Tutta la storia del cristianesimo è attraversata da queste divisioni. Persino quando c'era la Democrazia Cristiana, i cattolici erano radicalmente divisi nelle sue correnti. Il vano tentativo di evitare le divisioni impedendo dall'alto la formazione delle correnti (ogni riferimento a Forza Italia è puramente voluto) serve solo a mascherare e nascondere la realtà delle inevitabili divisioni e finisce per provocare le più traumatiche scissioni o "tradimenti" (vedi Bossi, Fini, Alfano...) o abbandoni dei più intelligenti e capaci nel loro compito (Tremonti e altri). Le più recenti vicende sono solo un dettaglio di questa lunga storia.

Su questo tema il giudizio di don Giussani è drammatico e illuminante allo stesso tempo:
"Ma l’unità deve essere fatta sulle esigenze, sulle domande che le esprimono, o piuttosto sulle risposte che a queste domande si riconoscono? L’unità può essere fatta sulle esigenze? No, e questo è il punto esatto in cui il potere gioca tutto. L’unità, infatti, può essere costruita solo sulle risposte che si riconoscono.
Pensiamo al Pascoli, la bella poesia I due fanciulli, oppure a Il focolare: l’unità è fondata sul bisogno comune, sullo smarrimento comune, ma ciò non può impedire che molti si stacchino dagli altri e vadano via bestemmiando i compagni. Una unità fondata sulle esigenze, sulle domande, e non sulle risposte conosciute non è un’unità che unisca.
Peggio, una unità fondata, dunque ricercata, sulle incertezze e sulle indigenze, sulla necessità di far fronte a un potere avverso, di superare certe circostanze, una unità fondata sul riconoscimento di limiti che bisogna oltrepassare: ecco, il potere si costruisce a questo punto."
Questo precisamente è il nostro "peccato d'origine", il peccato del Family Day: un richiamo forte contro il comune nemico, la teoria gender. Una volta c'era il pericolo del comunismo, per cui il popolo cristiano si è ritrovato facilmente unito per combattere contro il nemico comune: prima nella Democrazia Cristiana e poi in Forza Italia.
Quando poi si è vinto il nemico e si tratta di agire per il bene, cioè di giudicare e di prendere iniziative concrete, allora rispuntano fuori tutte le divisioni.
Quante volte, per chi ha seguito per anni don Giussani, si è sentito dire che l'unità è impossibile persino tra l'uomo e la donna? Perché l'unità è un MIRACOLO, un grandissimo miracolo.

E allora che fare? Tu dici:
"E allora che fare? Intanto chiediamo che i nostri leader carismatici tornino a sedersi intorno ad un tavolo e magari stilino una "carta dei valori" più inclusiva possibile in cui riconoscersi tutti o quasi e da lì verificare le varie attitudini: politiche, sociali e culturali."
Carissimo Massimiliano, questo è proprio quello che non bisogna fare. Non solo per il rischio concretissimo di passare da una bellissima idea ad una ideologia (buonissima per l'oggi ma dopodomani già stretta). Ma soprattutto perché la nostra "carta dei valori" l'abbiamo già ed è Gesù in persona, anzi la Persona di Gesù. Per tutto il resto, il criterio perenne del cristianesimo è la libertà. E su questo passaggio una parola chiarificatrice l'ho trovata dall'inarrivabile don Giussani:
"Idealmente noi dobbiamo tendere all’unità anche in politica, perché i cristiani debbono tendere all’unità in tutto, dato che sono un corpo solo. Perciò è un dolore non trovarsi dello stesso parere, non un diritto conclamato sconsideratamente. È dolorosa, anche se tante volte inevitabile, la diversità, e bisogna essere tutti tesi a scoprire il perché il fratello la pensa diversamente e comunicargli nel modo migliore i motivi della propria convinzione, nella ricerca dell’unità....
È tanto semplice: Cristo con il battesimo ti assume, così che siamo membra gli uni degli altri. È una cosa dell’altro mondo, ma questa è l’unità cristiana. Se tutti siamo una cosa sola non possiamo non cercare di esprimerci concordemente. E perciò ci raduniamo in azione unitaria. Se uno non se la sente o non ci fossero le condizioni, è un dolore non poterlo fare, non un diritto da sbandierare!"
(da Tempi.it)
L'unità tanto agognata è letteralmente ad un passo da noi! Tutti noi oggi siamo già uniti dal dolore della mancanza di unità e proprio questo dolore può essere la prima fonte della ritrovata unità.

L'unica cosa che occorre è il riconoscimento di questo reciproco dolore e la tensione amorosa (per amore di Cristo) a trovare tutte le occasioni di questa unità, che oggi nel dolore mostra la sua radice più profonda; più profonda di qualsiasi diversità di giudizio si possa avere nella contingenza delle situazioni.

La statura dell'uomo è l'uomo capace di abbracciare la croce, capace di abbracciare il dolore, perché tra tutte le esigenze umane (giustizia, verità, amore, libertà, ecc.) l'esigenza del dolore è la più misconosciuta ma la più necessaria, perché indispensabile a tutte le altre. L'esigenza del dolore è (al contrario del masochismo e del sadismo) l'esigenza per l'uomo di superare se stesso per amore. Perché ogni uomo impara ad amare ciò che fa e se uno continua a peccare, alla fine amerà peccare e sarà disperato perché il peccato distrugge le altre esigenze (giustizia, verità, ecc.). Se invece imparerà dal dolore, allora amerà il dolore proprio perché vedrà crescere e svilupparsi le esigenze di giustizia, verità, libertà.

Gesù non è venuto al mondo per salvare se stesso; non è venuto al mondo per salvare quelli che lo amano. Gesù è venuto al mondo per salvare il mondo!
La salvezza viene dalla fede. La nostra unità è necessaria "perché il mondo creda che tu mi hai mandato" (Gv 17, 23). Quindi la nostra unità ha un valore eminentemente missionario. Mi pare una considerazione sufficiente a superare qualsiasi diverso giudizio di tipo politico od operativo!

L'incontro da te auspicato si può fare, ma io toglierei le sedie e pure il tavolo. Basterà che ognuno comunichi agli altri quali sono i suoi piani per il futuro prossimo e poi ciascuno verificherà se e in che modo potrà aiutare qualcun altro. Questo è lavorare tentativamente e concretamente per l'unità. Tutto qui.

Dal primo Family Day (2015) io lavoro solo per questo obiettivo. Non è un modo di dire, perché questo blog è nato proprio quel giorno, il 20 giugno, appena tornato a casa da quella splendida giornata. Il nome deriva dalla coscienza di una guerra in atto contro noi cristiani e dalla consapevolezza della mancanza di una guida, di un capo. Tanti buoni volontari, alcuni magari molto dotati, non fanno un capo. E se qualcuno può essere messo a capo, perché magari temporaneamente serve un capo, coscienti della sua fragilità dev'essere un capo che duri molto poco e poi venga sostituito da un altro. Un po' come per gli ordini religiosi. Perché l'unico Capo che conta è Gesù. noi possiamo al massimo collezionare figuracce e considerarci servi inutili. Così ci aiuteremo veramente.

sabato 26 maggio 2018

Il cielo è bianco e nero

Leggendo il post di Aldo Maria Valli dal titolo "Ma che noia questo nuovo scudetto bianco e nero" mi è venuta in mente la classica reazione di un bambino che chiede al padre: "Papà, ma che faremo tutto il giorno in Paradiso?", "Ameremo Dio e canteremo insieme agli angeli!" risponde il padre. E il bimbo conclude: "Che noia!".

Così scrive Aldo:
"Che noia, che barba! Vorrei chiedere agli amici che tifano per quella squadra di Torino, quella con la maglia a righe bianche e nere e il nome latino: ma non siete stufi? Non sapete fare altro che vincere scudetti. Che monotonia, che piattezza, che uniformità. Volete mettere noi dell’Inter? Noi siamo la sorpresa, l’imprevedibile, il mistero. Noi vinciamo quando ci va, spesso quando dovremmo perdere, e perdiamo quando ci va, spesso in modo rovinoso, quando dovremmo vincere. Noi riusciamo a battere quella squadra lì, quella con le maglie bianche e nere, pur essendo in dieci contro undici, ma, ovviamente, solo fino a cinque minuti dalla fine. Poi ci facciamo infilare due volte, e così le consegniamo l’ennesimo scudetto. Perché a noi piacciono i colpi di scena, anche al contrario. E loro sempre lì, pronti a cogliere ogni occasione buona per vincere, in modo meccanico, automatico, ripetitivo.
Noi siamo l’estro, l’improvvisazione, il colpo di genio, oppure il cataclisma. Loro sono programmati per vincere. E lo fanno. Perché non sanno fare altro. Noi siamo la libertà, l’inventiva, la fantasia sfrenata. Loro sono un esercito che risponde a un solo ordine: accumulare scudetti. E lo fa."

No caro Aldo, non c'è proprio nessuna noia, te lo dico da juventino, visto che tu lo chiedi esplicitamente. Non c'è nessuna noia perché ogni volta c'è qualcosa di diverso, c'è una storia diversa, ci sono ragioni diverse. Come il primo scudetto di questa serie, quello del 2012, dopo sei anni di purgatorio, dopo la discesa in serie B, dopo tante difficoltà a ricostruire una squadra di un certo livello. E la squadra che fece il record di punti, 102 punti? Una storia diversa pure quella. E il campionato che iniziò malissimo (2015) nel quale facemmo appena 12 punti in 10 partite, vinto poi grazie ad una striscia impressionante di vittorie? Una storia diversa pure quella.
Così come è stata una storia diversa quest'anno, con lo scudetto vinto nonostante uno splendido Napoli, autore di una stagione straordinaria. Come scrivi? "Poi ci facciamo infilare due volte, e così le consegniamo l’ennesimo scudetto". No caro, lo scudetto ce lo siamo meritato perché abbiamo fatto 95 punti, cioè gli altri 92 punti li abbiamo fatti altrove, per esempio con una fondamentale vittoria a Napoli. Non ci avete consegnato niente perché pure la vittoria a Milano ce la siamo conquistata, con quella determinazione che la squadra mette in campo fino al 90esimo e oltre. E non ci avete consegnato niente perché anche nel caso della sconfitta, come dimostra la classifica finale, lo scudetto sarebbe stato nostro. Questi sono i numeri, il resto sono chiacchiere, quelle che tanto amano i tifosi interisti, ammaliati da una pazza Inter (sull'amore non si discute) e quindi in difficoltà a ragionare un pochino e a capire i propri limiti.

I numeri dicevo. Proprio quei numeri sbugiardano il resto del tuo post, dal tono vagamente (anche se affettuosamente) diffamatorio per noi juventini. "Perché lo sappiamo come funziona: in dubio pro Juventute". Si lo sapete: e lo sapete perché da venti o da quarant'anni ve lo ripetete e ve lo ripetete perché lo sapete. Sembra un girone dantesco. Ossessivamente ve lo ripetete, per giustificare razionalmente la discrepanza mostruosa tra il vostro amore alla squadra e la scarsità dei successi.
E dopo un accenno vago al "fattaccio" del rigore su Ronaldo del campionato 1997-98, tiri fuori la perla di questi tempi, che comunque è il ritornello sotterraneo da sempre: la Juve non vince in Europa perché lì gli arbitri non hanno la sudditanza nei confronti del potere juventino. Ecco la frase che casca a fagiolo di questi tempi, dopo l'eliminazione col Real Madrid e la vittoria del settimo scudetto consecutivo.
"C’è la faccenda Champions. E c’è quel numero: sette. Loro, quelli con le maglie bianche e nere, in queste ore esultano per il settimo scudetto consecutivo. Ma io, umilmente, mi permetto di ricordare un altro sette. Sette come le finali di Champions che loro hanno perso. Vogliamo elencarle? Ma sì, dai: 1973, contro l’Ajax; 1983, contro l’Amburgo; 1997, contro il Dortmund; 1998, contro il Real Madrid; 2003, contro il Milan; 2015, contro il Barcellona; 2017, contro il Real Madrid.
Perché questo elenco?. Ma, non so. Ha un che di musicale. Mi rilassa. E mi fa venire un pensiero: strano come quella squadra con le maglie bianche e nere, che in Italia trova sempre un Ceccherini, in Europa torni a essere una come tutte le altre. Una contro la quale si può anche fischiare un rigore all'ultimo secondo... E sappiamo essere magnanimi. Nonostante Ceccherini e Iuliano, nonostante i ripetuti furti bianconeri  (mai sentito parlare di un certo gol di un certo Turone della Roma, annullato ingiustamente?), nonostante gli innumerevoli favori arbitrali da loro ricevuti, nonostante le malefatte di un certo Moggi, noi sappiamo perdonare".
 Ecco costruito un bel capo d'accusa, con tanto di evidenze, no?
Poi però ci sono le testimonianze dei diretti interessati; e ci sono pure i dati. Ma prima di tutto vorrei fare una considerazione più generale: queste sarebbero le prove schiaccianti? Due episodi (Juve-Roma 0-0 anno 1981, Juve-Inter 1-0 anno 1998) in trentasette anni? Non avete niente altro nel cassetto, poveri interisti?
Partiamo dalle testimonianze dei diretti interessati. Ceccherini: "Ho sbagliato a non dare fallo di sfondamento di Ronaldo" e ovviamente non l'ha dato perché ha applicato la regola del vantaggio. Poi ci sono i numeri e le considerazioni morali: si, ci sono le considerazioni morali, perché uno scudetto oltre a vincerlo, bisogna pure meritarselo. E qualcuno osa dire quella Juve era poco meritevole? Una Juve giudicata a livello internazionale come la squadra più forte del mondo, in quegli anni? Una squadra vincitrice della Champions del 1995, capace di tornare in finale due volte consecutive (1997 persa contro l'Amburgo e 1998 persa contro il Real con un gol in fuorigioco) un record per quei tempi, e di vincere la Supercoppa Europea nel 1995 con il punteggio complessivo di 9 a 2 (contro il PSG, 1-6 e 3-1 a Torino).
E veniamo all'altro episodio epocale, il celebre e mitologico gol di Turone. Una storia vecchia di diciassette anni, ormai entrata nella mitologia, soprattutto nell'immaginario collettivo romano. Anche io vivo a Roma, caro Aldo, quindi come te parlo con cognizione di causa. Su questo episodio, a scusante di tutti quelli convinti della regolarità del gol, voglio dire che le immagini dell'epoca sono davvero di cattiva qualità (per chi è abituato alla alta definizione odierna, senza arrivare al 4K). A velocità normale, il video lascia veramente l'impressione di un gol regolare. Ma si tratta di una illusione ottica dovuta alla totale mancanza di prospettiva. E la moviola dell'epoca di Carlo Sassi (sulla cui professionalità nessuno potrà avere modo di dubitare) già dimostrò che Turone era effettivamente in fuorigioco.
La mitologia sul gol di Turone invece nasce un anno e mezzo dopo, quando una redazione romana della Rai facendo un uso diciamo "spregiudicato" di una nuova tecnologia (il Telebeam) colla quale "dimostrarono" che Turone era in posizione regolare. Interessante il commento di Sassi nel 2003, intervistato da RadioRai 2 e che si può ascoltare su Youtube: "...dimostrarono che non era in fuorigioco, il che non era vero, perché hanno [pausa] non dico barato... e Turone era in fuorigioco".
E così venne creato il mito del "gol di Turone", un mito sempre alimentato ad ogni nuova vittoria della Juve, un mito che ovviamente seleziona la memoria, ricordando ciò che fa comodo e obliterando ciò che non si accorda. E così ancora oggi nessuno ricorda che in quella partita Furino fu espulso e la Juve giocò 40 minuti in dieci uomini.Ora, se gli arbitri erano (e sono? anche dopo Calciopoli?) così succubi della Juve, come mai quell'arbitro espulse Furino in una partita tanto delicata e decisiva per lo scudetto? Non era forse lo stesso arbitro che fischiò il fuorigioco?

Ma veniamo alla chicca finale, quella sulle "malefatte di un certo Moggi". Quel Moggi che aveva creato la cosiddetta "cupola di Moggi", di cui faceva parte... solo l'arbitro Braschi! Unico arbitro condannato! E qui calo la mia testimonianza, perché da un video di Youtube si apprende che:

  • Braschi non aveva schede telefoniche svizzere;
  • dai tabulati risulta che Braschi non ha mai parlato con Moggi;
  • Braschi invece parlava spesso con Facchetti (Inter) e Meani (Milan).

Infatti la magistratura ordinaria arriva all'unica conclusione possibile: assolto perché il fatto non sussiste.
E veniamo ai numeri. Prendiamo l'epoca di Moggi alla Juve, anni 1994-2006 e vediamo quali risultati hanno ottenuto.
In quegli anni in Europa l'Inter vince due coppe UEFA (1994 e 1998) e arriva in finale una volta (1996). Però ottiene anche delle eliminazioni umilianti, come nel 1995 e 1996 (trentaduesimi di finale coppa UEFA) e nel 2001 (preliminari di Champions League e ottavi di coppa UEFA).
La Juve invece in quegli anni vince la Champions nel 1995 e la coppa UEFA (1993), arriva due volte in finale in Champions (1997 e 1998) una volta in coppa UEFA (1995, persa col Parma). Poi abbiamo vinto la Supercoppa UEFA (1997), la Coppa Intercontinentale (1997) e la Coppa Intertoto (2000).
Tu la vedi tutta questa differenza a favore dell'Inter in campo internazionale? Io no.
"...una come tutte le altre. Una contro la quale si può anche fischiare un rigore all'ultimo secondo...". Proprio quest'anno no! Al Real lo hanno fischiato, ma a noi all'andata invece no (fallo su Quadraro).

Quale sarebbe dunque tutta la differenza di rendimento tra Italia ed Europa? Coll'Inter no di certo. L'Inter ha vitro tre Champions, ma due le ha vinte non dico quando non c'erano i cellulari, non dico quando non c'era la televisione a colori, ma quando non c'erano nemmeno le macchine diesel!
Forse la differenza è col Milan, che ha vinto sette Champions? Beh, intanto vale sempre la considerazione che se arrivi per sette volte in finale e poi perdi, vuol dire che hai battuto per sette volte diverse squadre forti (e non la più forte).
E poi, troppo facile vincere la finale giocando contro Steaua Bucarest, Benfica e due volte Liverpool (e una persa clamorosamente!). Ben diverso è trovarsi due volte il Real e poi Barcellona, Ajax, Borussia. Oppure venire eliminati dal Bayern, anche grazie a grossi errori arbitrali.

Ma non ci sono le sette finali perse.
Eh si, anche noi abbiamo i nostri record in Europa. Per esempio, siamo stati la prima squadra a vincere tutte e tre le principali manifestazioni (UEFA 1977, Coppa delle Coppe 1984, Champoions 1985). Oggi tali squadre sono 4: oltre alla Juve ci sono Ajax, Bayern e Chelsea.
Ma la juve è l'unica squadra ad aver vinto tutte le competizioni UEFA passate e presenti. A quelle citate si aggiungono Coppa Intercontinentale, Supercoppa UEFA e Coppa Intertoto. Al Real manca la Coppa delle Coppe, al Barcellona e al Milan manca la Coppa UEFA (e al Barca anche la Coppa Intercontinentale9, all'Inter manca la Coppa delle Coppe e la Supercoppa UEFA.
Questi sono i dati, la cui memoria mi aiuta a sorridere quando sento dire o leggo che "la Juve non vince in Europa".

"Noi sappiamo perdonare". Oltre a saper perdonare, bisogna però anche perdonare! Cioè vuol dire, secondo l'ottica cristiana, dimenticare. Invece, a vent'anni di distanza, ancora viene fuori Ceccarini, Iuliano, Ronaldo...

"Solo da noi, all’Inter, si possono perdere scudetti all’ultima partita di campionato, come in una tragedia greca...". Però poi sei onesto e scrivi: "Come dite? Che anche loro qualche volta hanno buttato tutto alle ortiche all’ultima partita? Come dite? Certo che mi ricordo: Perugia – Juventus 1 a 0, anno 2000. Copia conforme del 1976.". Si, quasi. Solo a noi è successo, fuori da ogni regolamento, di giocare il secondo tempo della partita decisiva dopo 50 minuti dalla fine del primo tempo. E solo a noi è successo, l'anno dopo quando lo vinse la Roma, di veder cambiate le regole sugli extracomunitari durante il campionato, proprio prima dello scontro diretto a tre partite dalla fine, permettendo così alla Roma di usare gli extracomunitari in più che aveva in rosa. Solo per caso (un caso fortuito, per carità) proprio uno di qeusti, tal Nakata, poté entrare nel secondo tempo ed essere decisivo con un gol nel pareggio finale (la Juve fino all'80simo minuto vinceva 2 a 0).
Ti immagini le polemiche a parti invertite? Ti immagini le polemiche se la vittima di tali ingiustizie fosse stata la Juve?
Lasciamo stare, meglio così.
"E poi c’è la faccenda della serie B. A loro, che ci sono stati, vorremmo chiedere: che cosa si prova? Siamo curiosi. Essendo noi gli unici (ripeto, gli unici) che non ci sono mai andati, saremmo lieti di una risposta. Così, per accrescere il nostro bagaglio culturale. Ma non credo che ci risponderanno. Troppo impegnati a festeggiare l’ennesimo scudetto. Che noia, che barba."
Eh, si. Siete gli unici a non esserci andati, dopo esservi guadagnati la retrocessione sul campo. Anno 1922, non ricordi? Capisco. ma non c'è problema, questione di paranoia antijuventina e di memoria selettiva. Una storia che non ci riguarda, non c'era Moggi, non c'era la cupola, non c'era Agnelli, ma c'era Emilio Colombo (allora direttore della Gazzetta dello Sport, sicuramente imparziale) a dirimere la questione e a far fare all'Inter (arrivata ultima nel sul girone e destinata alla retrocessione) un paio di spareggi per qualificarsi di nuovo per la serie A. Due spareggi davvero comici, uno contro una squadra fallita che nemmeno scese in campo, l'altro contro una squadra in procinto di fusione (con la Fiorentina) e che faticò a trovare undici giocatori per fare la partita. I dettagli di questa pittoresca storia italiana li puoi leggere qui. Mettiamola così. Nel 1922 per due mesi, tra la fine del campionato e l'ultimo degli spareggi, l'Inter non è stata in serie A.
Cosa si prova a giocare in serie B? Certo che ti rispondo. Quando sai che hai vinto sul campo uno scudetto poi assegnato ad una squadra arrivata 15 punti dietro, quando hai pure appena vinto un campionato del mondo o comunque hai giocato la finale (perché oltre agli juventini campioni del mondo, a giocare la finale c'erano anche Trezeguet, Thuram e Viera), a quel punto la serie B diventa come una gita. Negli occhi e nella mente ti rimane la Coppa del Mondo alzata da quegli stessi giocatori. Che infatti sono rimasti tutti, tranne quelli venduti per la necessità di fare cassa per pagare gli stipendi. E vedere l'Inter che vinceva quegli scudetti anche grazie a quei giocatori che la Juve gli aveva venduto (Zambrotta, Viera e Ibraimovic, ti ricordi?) mi ha dato pure un intimo e sottile senso di soddisfazione, quella intima soddisfazione di chi capisce come sono andate le cose, al di la delle sentenze e delle intercettazioni dell'azienda del vice presidente dell'Inter.

E poi noi il campionato di serie B lo abbiamo vinto, voi no!

Diciamo la verità, perché si diventa interisti? Come hai detto tu "Qui il mistero è fitto, ma è un mistero bellissimo. Quei colori ti entrano nel sangue e non puoi farci niente. La ragione dice tutt'altro, ma al cuore non si comanda". Noi invece siamo razionali, prevediamo di vincere e poi vinciamo. Ma non lo prevediamo solo noi. “La Juventus è più avanti anni luce, vincerà dieci scudetti di fila” (Sergio Berti, storico agente di calciatori, estate 2012). E lo diceva uno che considerava l'azienda Juve nel suo complesso, incluse cioè quelle risorse di cui si parla poco o nulla sui giornali, risorse come serietà, impegno, dedizione totale, esperienza.

Quindi rilassati pure e goditi la tua pazza Inter. Noi vinceremo dieci scudetti di fila, almeno. Voi continuerete a parlare di Iuliano, Ronaldo, Ceccherini, Moggi, Turone: è una questione culturale alla fine, la stessa questione culturale per cui si danno alle stampe (e presumo si vendano) libri come "Dimmi chi era Recoba". Si, siete proprio folli e questo è un vertice di follia.
Continuate pure a parlare e a sparlare. Noi continueremo a mietere scudetti. E magari inizieremo a vincere pure qualche Champions. Lo prevediamo e lo faremo. Dopo sette secondi posti, sai che gusto!

Non c'è nessuna noia qui in cielo. Soprattutto da quando il cielo è bianco e nero. Ogni volta è una storia diversa. E attendiamo la prossima.


PS.
Hai mai provato a fare l'elenco dei giocatori che la Juve ha preso in questi anni a parametro zero?
Pogba, Barzagli, Khedira, Dani Alves, Llorente, Coman, Pirlo, Luca Toni e il prossimo arrivo Emre Can.
Così magari ti viene una intuizione su come far quadrare i conti e costruire una squadra in grado di vincere.
Poi magari fai un paragone con i bidoni presi dall'Inter nell'era Moratti. Magari aiuta a capire.